
ALTRO CHE BUGIE!

IL RENDIMENTO NELLA “SCUOLA PER TUTTI”
UNA SCUOLA FATTA DI TEMPO E DI TERRA

Ci sono luoghi che nascono due volte: la prima, quando vengono costruiti; la seconda, quando qualcuno torna ad abitarli con un’idea nuova.
A Montaldo, tra le colline del Monferrato, c’è un edificio che per un periodo ha accolto ragazzi con storie difficili — figli di genitori in carcere, vite segnate da distanze. Poi è stato chiuso: il progetto era troppo complicato da sostenere, la collocazione troppo isolata per garantire il supporto necessari. È rimasto vuoto. Oggi quello stesso spazio è tornato a vivere. Ci sono bambini, voci, lingue diverse. Ci sono orti, yurte, insegnanti arrivati da altri Paesi. E c’è una scuola che non era prevista.
Nasce così la Village Forest School.
Ne parlo con Fabrizio Iuli, imprenditore, viticoltore da generazioni, punto di riferimento per il vino naturale in Monferrato, co — fondatore della Village Forest School e da qualche tempo, in virtù del mio trasferimento in lande monferrine, mio quasi “vicino di casa”. In una nostra conversazione era emersa la scuola da lui fondata e io, avendo nella mente e nel cuore i piccoli soci della Piccioletta Barca e la loro avventura nella periferia milanese, non potevo non raccoglierne la storia. Ci troviamo, così, a chiacchierare di ragazzi e cultura nella bella e accogliente sala di casa sua, che racconta di un uomo gentile, innamorato del suo territorio, appassionato di arte, curioso, concreto con una sensibilità affinata tra i tralci di vite e le lunghe esperienze di viaggi. Quando racconta del progetto educativo cui ha dato vita, sorride e lo sguardo si spinge lontano, perché dentro l’idea della scuola c’è la rinascita di tutto il piccolo borgo di Montaldo.
Fabrizio, partiamo dall’inizio: quando avete capito che volevate fare una scuola?
“Non è stata una decisione teorica, è nata dai bambini. Noi avevamo iscritto i nostri figli all’asilo di zona, una scelta normale. Poi, è arrivato il Covid, e lì, qualcosa si è rotto. Al di là di tutte le considerazioni, l’idea di mandare dei bambini a scuola con la mascherina non aveva senso, soprattutto in comunità piccole come questa. I bambini devono avere la libertà di toccarsi, giocare e stare insieme. Così, parlando con un’altra famiglia - all’epoca residente a Boston — abbiamo cominciato a immaginare un’alternativa. Loro avevano quattro figli, noi i nostri. Ci siamo detti: proviamo.”
E la scuola ha preso forma.
“Sì, ma in modo molto concreto e semplice. All’inizio qui, dentro l’azienda agricola. Abbiamo montato una yurta appena sopra i campi, poi un’altra. Si sono aggiunte altre famiglie e le yurte sono diventate quattro.Le lezioni si facevano lì. Era tutto da inventare, ma anche molto vero. Cercavamo semplicemente di realizzare quello che per noi era la scuola: un luogo in cui i bambini potessero crescere liberi, seguendo i loro tempi.”
La scuola ha scelto un approccio pedagogico steineriano. L’idea è che più che imporre a un bambino di stare seduto e attento per cinque-sei ore, si può proporre un percorso di crescita che sia modulato sui suoi tempi, sui suoi cicli di attenzione e concentrazione, sulla possibilità di integrare alla conoscenza teorica un’esperienza di apprendimento pratico che qui, tra le colline modulate da vigneti, è anche conoscenza della terra, dei suoi ritmi, dei suoi frutti.
Le yurte, però, non potevano restare.
“No, perché non esiste una normativa che le riconosca come aule. Nel frattempo, il progetto cresceva. A un certo punto, abbiamo trovato un edificio a Montaldo. Era stato abbandonato, ma aveva tutto: cucine, spazi. Lo abbiamo preso in affitto e la scuola si è spostata lì. Le yurte, però, sono rimaste come parte del progetto.”
E oggi com’è organizzata la scuola?
“Oggi è una scuola parentale, dall’asilo alle medie, con circa sessanta bambini. C’è un gruppo di genitori che gestisce l’associazione, una direttrice — Marinella Pro — e un gruppo di insegnanti. All’inizio gli insegnanti erano quattro, oggi sono otto, più quelli dell’asilo.”
Chi sono questi insegnanti?
“Arrivano da esperienze diverse, ma spesso legate all’educazione steineriana. La prima responsabile, Jody, era un’insegnante inglese con una lunga esperienza in quel tipo di scuole. Poi si sono aggiunte altre figure: un’insegnante indiana, un insegnante sudafricano, persone da diversi Paesi. Questo rende la scuola molto ricca, perché ogni insegnante porta un modo diverso di vedere il mondo.E io credo che, in certi casi, quelle che una volta chiamavamo “periferie del mondo” abbiano conservato valori sociali molto più forti dei nostri.”
Anche il bilinguismo nasce da qui?
“Sì, è nato quasi spontaneamente. Molte famiglie venivano dall’estero, quindi era necessario che gli insegnanti italiani parlassero inglese e viceversa. Non è semplice, ma è diventata una caratteristica della scuola.”
Che tipo di famiglie avete raccolto?
“È un insieme molto vario, ma con alcuni tratti comuni.
Ci sono famiglie dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dalla Germania — soprattutto da Berlino — ma anche francesi, greci, polacchi, un po’ da tutto il mondo.Molti hanno lavori che permettono mobilità o una certa libertà economica. Alcuni si fermano pochi anni, altri si stabiliscono, comprano casa. Gli italiani fanno più fatica a farsi coinvolgere, anche per una questione economica: una scuola parentale ha costi che non sono quelli della scuola pubblica.
Ma ci sono anche famiglie italiane, e per me questo era fondamentale.”
In che senso?
“Non volevo una scuola per ricchi. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nei ricchi, ma perché non è reale specchio della società in cui si vive. La scuola è piccola e si regge sul contributo delle famiglie, ma il mondo non è monocolore. Vorrei che i miei figli crescessero con bambini di ogni provenienza sociale e culturale.E questo, in parte, succede. La scuola, per essere accessibile, ha una quota di iscrizione base, ma è possibile definire in un colloquio una modulazione economica che possa andare incontro alle esigenze della famiglia. Il mio sogno è che si possa arrivare a far sì che le famiglie con maggiore disponibilità diano di più, favorendo l’ingresso di famiglie con portafogli contenuti.”
La scuola non è solo un luogo destinato all’apprendimento, ma una protagonista sociale. La presenza di questa scuola ha cambiato il territorio?
“Molto. Montaldo era un paese che si stava svuotando: eravamo rimasti in settantadue, con un’età media alta. Oggi ci sono venticinque bambini residenti e ci sono state diverse nascite; le case vuote sono state affittate o vendute; il paese si è ripopolato.
Ma soprattutto cambia la prospettiva: vivere in un posto con dei figli è diverso dal scegliere di starci per ritirarsi dal caos del mondo.”
Si è creata anche una rete tra le famiglie?
“Sì, una vera comunità. Ci si vede, ci si incontra, anche grazie ad altre realtà del territorio che sono diventate punti di aggregazione. Per esempio La Fabbrica nel Bosco, uno spazio creato da una famiglia italiana: lì si fanno corsi, attività, si suona jazz il venerdì sera. È un luogo dove si incontrano adulti e bambini.Questi progetti tengono insieme le persone. In più, la scuola organizza il Campus estivo, che contribuisce a stringere ulteriormente i legami tra i bambini, i ragazzi e il mondo adulto che li circonda.”
Torniamo in classe: come si svolge una giornata tipo?
“I bambini arrivano tra le otto e le nove. Si inizia con attività fisica — correre, saltare, muoversi — poi, iniziano le lezioni, a blocchi circa un’ora e mezza, interrotti da una pausa all’aria aperta, visto che la scuola si affaccia sulle colline e si trova accanto a un grande bosco, tutto da vivere. Le materie sono quelle classiche, ma affiancate da attività pratiche: orto, cucina, manualità. Bambini e ragazzi pranzano a scuola, che ha una cucina interna, e le lezioni terminano alle tre. Di solito non ci sono compiti a casa, se non qualcosa di minimo. L’insegnamento ha l’obiettivo di fare appassionare alla materia, non di imporla.”
Sembra un metodo che non punta sulla competizione.
“Sì, infatti, non crediamo nella competizione.
È una cosa molto radicata nel modello educativo e sociale al quale siamo abituati, ma per noi è più importante il supporto reciproco, crescere insieme, non contro.”
E il rapporto con la scuola “ufficiale”?
“Essendo una scuola parentale, ogni anno i ragazzi devono sostenere esami per equiparare il percorso. In questi anni, abbiamo incontrato e costruito una buona collaborazione con le scuole del territorio e quando i ragazzi passano alla scuola tradizionale, generalmente si adattano bene.”
Ci sono anche criticità?
“Sì, certo. Per esempio il fatto che alcune famiglie restino pochi anni: i bambini creano legami e poi si separano, non sempre è facile. Oppure il rischio di creare una “bolla”: una realtà molto bella, ma chiusa. Per questo è importante che i ragazzi abbiano anche esperienze fuori, nello sport, nelle scuole tradizionali.”
E guardando indietro?
“A volte, mi colpisce la velocità con cui tutto è successo. All’inizio erano dodici/quindici bambini, in pochi anni sono diventati sessanta.
E poi c’è una cosa semplice: i bambini sono tristi quando la scuola finisce.”
Forse è questo il segno più chiaro…
“Sì. Alla fine, questo è il tentativo di fare della scuola il nucleo fondante di una comunità. Non abbiamo soluzioni, ma proviamo a rimettere al centro alcune cose: il tempo dei bambini, la natura, le relazioni. E l’idea che crescere non significhi arrivare prima degli altri, ma trovare il proprio passo.”
La Village Forest School, si trova in via Pezzere 6 a Montaldo di Cerrina (AL). Maggiori informazioni, sul sito.
