
PACE È UNA PAROLA DA PROTEGGERE

UNA SCUOLA FATTA DI TEMPO E DI TERRA
ALTRO CHE BUGIE!

Una cosa è certo evidente e i ragazzi se ne accorgono presto: ridurre la storia di Pinocchio a monito contro le bugie nel timore che si allunghi il naso è non solo banale, ma anche colpevole, come sempre è colpevole impossessarsi di una parte per farne il tutto: in letteratura, come in ogni altra attività culturale. È vizio comune piegare testi, parole, caratteri di una vastità infinita alla propria causa e, quando questa operazione viene fatta abilmente, il povero testo o il povero personaggio rimane ingabbiato per sempre.
«Pinocchio è un libro feroce, un libro teologico. È la storia di una creatura che nasce colpevole e che attraversa punizioni, metamorfosi, morti apparenti e resurrezioni. Il burattino deve morire più volte per diventare finalmente umano»: così lo definisce Giorgio Manganelli nel suo libro del 1977 Pinocchio, un libro parallelo.
Pinocchio, dunque, non è la storia di un burattino bugiardo; è ben altro e, ora che conosciamo da vicino la sua vicenda “vera”, possiamo farne oggetto di dialogo e dibattito con in ragazzi, ponendo loro delle domande, semplici o complesse, come sempre.
La prima: sulla vita di ciascuno di noi incombono molti progetti, talvolta in conflitto l’uno con l’altro. Ve ne accorgete, ne sentite il peso? I ragazzi balzano sulla sedia, perché chiaramente sentono il progetto dei genitori che vogliono che vadano bene a scuola: lo afferma Samuele e tutte le teste annuiscono senza esitazione. Spesso, dice Isabel, anche i professori hanno un progetto su di te, perché vogliono che tu vada bene nella loro materia, più che in altre, sembra.
Scuola al primo posto, come sempre, e poi lo sport. I compagni di squadra a volte hanno un progetto su di noi, racconta Lorenzo, quando chiedono di giocare in un ruolo o occupare una posizione che non è a noi congeniale.
E va bene: ma, chiediamo noi, avere un progetto su un ragazzo è bene o è male? Voi che ne avete, siete facilmente insofferenti, perché ne avvertite solo il peso, solo l’incombere funesto; ma proviamo per un momento a pensare a un bambino su cui non esista progettualità: nessuno che legga il suo animo e la sua mente, nessuno che sogni con lui, nessuno che si accorga del suo talento.
Quando nessuno ha un progetto su di noi, cresciamo come l’erba: liberi forse, ma alla mercé del vento e della pioggia, di zampe che ci possono calpestare, di mani che ci possono strappare, pronta a diventare erbaccia. È bene che su di noi esista un progetto; la differenza, semmai, è che esso non sia malamente imposto.
Anche la Piccioletta barca, in fondo, è un progetto ben chiaro sui ragazzi e, se funziona, è solo perché la maggior parte di loro vi aderisce per via di una intuizione, di una fiducia, di una simpatia, di una capacità di ascolto…
La seconda domanda chiama in causa il Grillo parlante: esiste la coscienza, la sapete sentire? Morgana dice che la coscienza è effettivamente una vocina che interviene quando stai facendo una cosa e senti che non la devi fare. Adham, filosoficamente, riflette sul fatto che quando pensa di fare qualcosa di giusto non si dà mai una bella pacca sulla spalla dicendo: “bravo, stai facendo una cosa giusta!”, mentre quando pensa di fare qualcosa di sbagliato, subito si auto richiama all’ordine: “male, stai facendo una cosa sbagliata!”
È vero, conclude Lorenzo: la voce della coscienza la sentiamo solo nelle cose negative. E verissimo, eppure la coscienza dovrebbe essere una voce preziosa e alleata anche nel bene! Spieghiamo ai ragazzi che l’attenzione a sé va esercitata e coltivata in modo ampio e il più possibile completo: la coscienza deve essere anche coscienza di bene e se un ragazzo sapesse riconoscersi con lucidità pregi e buone azioni, parte della “malattia” dell’adolescenza risulterebbe guarita.
In ogni caso, la forma che la coscienza assume è una voce interiore: bisogna che ci sia un ascolto attivo e attento, quel “desiderio d’ascoltar” che ben conosciamo, senza il quale la coscienza può facilmente rimanere vittima della nostra indifferenza o della nostra violenza. Pinocchio non ha esitato a spiaccicare al muro il povero Grillo, lanciandogli un martello: noi come facciamo a uccidere la coscienza? Adham pensa che sia una operazione impossibile – anche il Grillo, dopo tutto, è risorto nella vita del suo burattino, prima come ombra e poi in carne e ossa –, mentre Morgana crede che una coscienza a lungo ignorata o messa a tacere, lentamente smetta di proferire parola.
La morte, abbiamo visto, gioca un ruolo di grande rilievo nel romanzo, così come il fallimento e il senso di colpa. È la Fata dai capelli turchini (altro che fatina buona!) a combattere la sua battaglia con queste armi, soprattutto quell’orribile senso di colpa che nella storia del burattino, come nella storia di ogni essere umano, causa danni inutili e spesso irreparabili. Ma si può davvero imparare dai fallimenti? E si può vivere guidati dai sensi di colpa? Emma dice che un fallimento analizzato e ben gestito può certamente portare frutto, e su questo è difficile dissentire, mentre sul senso di colpa i ragazzi sono confusi. Non sanno ancora che è un mostro che lavora dentro di noi con inaudita ferocia e, a differenza della coscienza, fa solo male. Bisogna imparare il prima possibile a prendere a martellate il senso di colpa e a guardarsi da chi lo instilla e lo alimenta. L’ultimo tratto della storia di Pinocchio è drammatico: tradimento, morte, sconfitta e poi vittoria definitiva. Perché questa volta l’esito è diverso, cosa apre al reale cambiamento?
Isabel dice che tutto procede senza più quelle funeste interruzioni che fino ad allora hanno segnato il cammino; Federica pensa che Pinocchio abbia capito i suoi errori ma suo fratello non è molto convinto: c’è qualcosa di nuovo: c’è qualcuno che questa volta conta su di lui. Geppetto che letteralmente grava sulle sue spalle durante la fuga, e anche l’amico tonno che, seguendo le tracce, ha imparato come scappare dal ventre del pesce cane.
La differenza nel vostro progetto, cari ragazzi, si compie nel momento in cui vi occuperete seriamente del progetto di qualcun altro. Allora, la casa che abitate, ossia il mondo intero, sarà più bella e più ricca perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.-
