
QUANDO I RAGAZZI RICORDANO

NIENTE DI NUOVO, NIENTE DI DIVERSO
FREEDOM WRITERS E LA CULTURA CHE NON FA SPETTACOLO

Mi capita spesso di guardare film dedicati alla scuola. A volte li cerco apposta, altre volte ci inciampo quasi per caso. È una specie di abitudine: le storie che parlano di insegnanti, ragazzi, lezioni e crescita, finiscono inevitabilmente per farmi pensare alla Piccioletta Barca e al lavoro educativo che ogni giorno viene portato avanti, in quello spazio curato e gentile nella periferia di Milano, tra Forze Armate e Baggio.
Questa volta mi sono imbattuta in Freedom Writers, film del 2007, diretto da Richard LaGravenese e interpretato da Hilary Swank, basato su una storia vera.
Siamo a Long Beach, California; alla Woodrow Wilson Classical High School arriva Erin Gruwell, giovane e idealista insegnate di letteratura inglese. La scuola è inserita nel classico contesto multietnico delle città americane: rimarcata divisione territoriale tra bande di etnie diverse, rivalità violente, pistole e coltelli facili, fratelli morti o in galera, disprezzo delle istituzioni, strafottenza. Ma in una classe tutto può cambiare. La professoressa Gruwell scardina ogni diffidenza con l’inossidabile fiducia nel fatto che i ragazzi, al secondo anno delle superiori, possano e vogliano imparare. Come? Partendo dallo studio del nazismo e dalla persecuzione degli ebrei, per toccare razzismi, vessazioni e abusi di potere che gli stessi ragazzi vivono nelle loro giornate, fino ad arrivare a dare a ognuno di loro un quaderno nel quale poter scrivere le proprie storie e i propri pensieri, diventando i Freedom Writers, meritevoli persino della pubblicazione.
Classica storia esemplare, melensa e facile, studiata per suscitare le lacrime di un pubblico che si senta redento da una morale semplice e, soprattutto, che non lo coinvolga in alcuna modo nelle responsabilità. Un collage di cliché e modelli narrativi scontati, che sembrano essere la cifra della cinematografia sulla scuola, in particolare di produzione americana. Ed eccoli nei loro primi piani: ragazzi difficili, segnati dalla povertà, dalla violenza, dalle divisioni sociali. Ci sono le gang, i conflitti, la delinquenza sempre dietro l’angolo. Poi arriva l’insegnante che, quasi per caso, si trova in quella scuola e scopre dentro di sé risorse straordinarie; si dedica completamente ai suoi studenti, spesso a discapito della propria vita privata, e riesce a cambiare il loro destino. Una storia che forse funziona bene sul grande schermo, ma anche una storia che il cinema racconta continuamente, quasi fino allo sfinimento.
E allora mi sono chiesta: perché si parla di scuola quasi soltanto in queste situazioni estreme? Perché l’educazione sembra diventare interessante solo quando si svolge sullo sfondo del disagio, della povertà o della criminalità?
Forse perché il conflitto fa spettacolo. Ma la crescita di un ragazzo è molto più complessa di così.
Crescere è difficile. Non soltanto per chi vive in ambienti altamente e dichiaratamente drammatici. Ci sono contesti con linee di confine più sottili, dove esistono difficolta economiche, linguistiche, divari culturali, che non hanno manifestazioni violente, restano quasi invisibili e, tuttavia, marginalizzano e confinano i ragazzi a un’idea di vita con meno opportunità. Contesti misti, in cui convivono famiglie che hanno possibilità economiche e culturali differenti e tuttavia condividono lo stesso desiderio di vedere i propri figli crescere sereni, forti, responsabili e aperti alle possibilità della vita. Ogni ragazzo, in qualunque ambiente si trovi, deve fare i conti con le proprie paure, con le proprie possibilità, con il desiderio di capire chi sia e quale posto possa occupare nel mondo.
Ed è qui che, secondo me, entra in gioco la cultura.
Non come strumento di salvezza dell’ultimo minuto, non come rimedio eroico contro la delinquenza, non come occasione “speciale”, quasi irripetibile e alla fine, ancora una volta escludente, ma come opportunità costante di nutrimento della mente, di incontro con pensieri e parole buoni, alti, potenti, che ogni ragazzo può trovare leggendo e dialogando con i grandi della letteratura, dell’arte, della musica. Questo accade, ogni sabato mattina, nella nostra Accademia. Questo avviene anche nei gruppi dei più piccoli, il Salottino e il Convivio, dove i bambini scoprono, divertendosi, i grandi personaggi della storia e della letteratura e imparano parole nuove, che rendono più ricco il vocabolario e danno respiro al pensiero.
La cultura è l’incontro con qualcosa che ci supera e che allo stesso tempo ci riguarda profondamente; è un allenamento dello sguardo e dell’intelligenza, è ciò che ci permette di leggere il presente con maggiore profondità e di abitarlo con maggiore consapevolezza, come sta avvenendo, ora, con i ragazzi della Filoteca.
Educare è responsabilità di adulti che non salgono in cattedra, pur portando certamente le conoscenze e le esperienze di anni di studio e di vita, ma si mettono accanto ai ragazzi mostrando e condividendo il piacere della cultura come lente per osservare il mondo e l’umano, aiutandoli a scoprire capacità che non sapevano di avere, mostrando loro che la sua situazione di partenza non coincide necessariamente con il loro destino, permettendo loro di fare scelte più consapevoli e più libere. Ed è qualcosa che interessa tutti, non soltanto chi vive situazioni di emergenza.
Per questo, mi colpisce anche il modo in cui Freedom Writers presenta la scrittura. Nel film sembra quasi che scrivere sia automaticamente un gesto liberatorio: gli studenti, ribelli e tormentati, riportano nei quaderni le loro storie di vita, i loro sentimenti e pensieri e questo diventa lo scoop per articoli e servizi televisivi e addirittura si trasforma in best seller . Ma che cosa resta di questo lavoro? Certamente la scrittura può aiutare a conoscersi meglio - non è un caso che venga utilizzata anche in molti percorsi di analisi e di autoconsapevolezza — ma scrivere non è soltanto raccontarsi.
Scrivere è anche imparare una lingua. È fare i conti con le parole, con la loro precisione, con la loro ricchezza. È un lavoro paziente sul pensiero. È ispirarsi a modelli che mostrino che la scrittura è avventura del pensiero e della vita, come le scrittici della nostra rubrica “Con il cuore, un foglio e una penna”. È un modo per conoscere la realtà, non soltanto per esprimere se stessi, e parte, innanzi tutto, da una assidua frequentazione della lettura. Lo sanno i nostri ragazzi, quando si impegnano a scrivere testi che prendono spunto da romanzi e racconti letti e approfonditi. Sono i loro racconti, sì, ma non sono flussi di coscienza, semmai, occasioni per scoprire il potenziale della parola, la bellezza della creatività argomentata e consapevole, anche negli scritti più brevi. E alcuni sono raccolti su questo nostro blog, nella categoria “Scrittori in erba”.
Forse è proprio questo che mi lascia perplessa in molti film sulla scuola: la tendenza a semplificare:
l’incontro tra un ragazzo, la cultura e gli adulti che lo accompagnano è qualcosa di molto più profondo della formula narrativa dell’insegnante eroico che salva una classe difficile. È un processo che coinvolge una comunità intera.
È ciò che vediamo accadere alla Piccioletta Barca.
Lo vediamo nel dialogo con le scuole e con gli insegnanti. Lo vediamo quando Beatrice viene invitata a incontrare i bambini della scuola primaria di via Valdagno, in occasione di “Libriamoci”, per leggere grandi racconti della letteratura e confrontarsi in fitti dialoghi con i più piccoli. Lo vediamo nei genitori che scelgono di condividere con i propri figli un’idea di cultura che abbia a che fare con la vita, le scelte, lo stare al mondo. Lo vediamo nei soci più grandi e nei volontari che dedicano tempo, pensiero e cuore a un progetto che non si limita a trasmettere nozioni.
Perché la cultura non è erudizione, non è studiare per superare una verifica, è imparare a guardare il mondo, senza mai smettere di fare domande e approfondire. Ed è forse proprio questa dimensione, la più quotidiana e la più decisiva, che raramente arriva sul grande schermo, perché non produce l’eroismo spettacolare dei film. Ma è quella che, giorno dopo giorno, cambia davvero la vita delle persone.
