
IL CORPO IN SCENA
contempoRAGNI

Che la storia non sia magistra vitae, ahinoi, lo si sa da tempo! D’altro canto, lo studio della storia passata resta il modo migliore, l’unica via veritiera per ragionare sul presente. Ormai abbiamo un’amplissima storiografia sulla propaganda bellica e di regime: guardare a quanto è accaduto ci permette di riconoscere ciò che sta accadendo. In tempi come i nostri, in cui il tema della guerra e della sicurezza internazionale è tornato stabilmente sulle prime pagine dei giornali, non sembra difficile trovare i segni della nuova propaganda e dei suoi nuovi protagonisti. Ma non dobbiamo illuderci: chi ha vissuto la Grande guerra dal vivo è caduto nella tela del ragno esattamente perché i metodi della propaganda non sono mai banali, innervano la realtà camuffandola e mistificandola ad arte. La distanza storica che ci consente di leggere con chiarezza ciò che è accaduto nell’Italia del primo Novecento è una fortuna che non deve andare sprecata. Per metterla a frutto, proviamo a paragonare il lavoro dei nostri ragazzi sulla propaganda a ciò che sta accadendo oggi.
Dal punto di vista geopolitico, nel 1917 c’erano due grandi blocchi: la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza; non faticano i ragazzi a riconoscere, oggi, attori simili: la NATO da una parte, la Cina e la Russia dall’altra. Certo, oggi non c’è affatto la compattezza di un tempo, anzi lo scenario appare alquanto ondivago. Negli ultimi mesi, abbiamo visto gli Stati Uniti allontanarsi dai loro alleati storici; i ragazzi, però, notano che anche il nostro Paese, alleato di Germania e Austria, ha cambiato sponda prima di entrare in guerra. Gli schieramenti sono forse oggi più fluidi, ma ugualmente micidiali: chi sta con te ha sempre ragione, chi sta dall’altra parte ha sempre torto, con una stigmatizzazione continua dell’avversario che non ha forse più i toni patetici di un tempo, ma ugualmente si muove ideologicamente.
Nell’incontro sulla propaganda, poi, i ragazzi indicavano i diversi attori che hanno lentamente spostato l’opinione pubblica verso l’interventismo. Tra questi parlavano delle grandi industrie meccaniche, come la FIAT. Abbiamo chiesto loro se conoscessero aziende italiane oggi impegnate nella fabbrica di armi, ma di Leonardo, per esempio, non hanno mai sentito parlare. Per curiosità, abbiamo consultato il sito dell’importante società (a controllo pubblico): pur con il dovuto garbo e con eleganza, la comunicazione parla di tecnologia, difesa e sicurezza; negli ultimi anni, ovviamente, l’azienda sta lavorando a pieno regime e guadagnando moltissimo: buona notizia per l’azionista di maggioranza che è il Ministero dell’Economia e delle Finanze, detentore del 30% delle azioni.
Un altro parallelismo tra la Grande guerra e l’oggi è la nuova tecnologia bellica: se nel primo caso fanno la loro comparsa i rudimentali bombardieri, i gas, i lancia fiamme e gli obici sempre più grandi e potenti, oggi le novità sono i droni e l’intelligenza artificiale, che sceglie gli obiettivi, i mezzi da impiegare e, alla fine, chi vive e chi muore. Come allora, venivano nascoste le mostruosità di questo nuovo modo di combattere, così oggi ci è per lo più inaccessibile sapere veramente quali siano i successi e quali gli errori di queste tecniche: secondo molta stampa, per esempio, la scuola distrutta dagli USA nel primo giorno di bombardamento in Iran è stato un errore dell’IA. Forse, però, qui il mutamento è ancora più radicale, perché esautora la decisione umana e affida scelte di vita o di morte a un calcolatore, così che nessuno possa sentirsi realmente responsabile.
All’inizio del secolo XX, poi, le grandi rotative figlie dell’industrializzazione, rendevano accessibile un nuovo media: il giornale quotidiano. Abbiamo visto come la propaganda se ne sia impadronita subito, al punto da stampare i giornali di trincea. Forse è inesorabile che l’ingresso sulla scena di un nuovo mezzo di comunicazione porti cambiamenti di potere e, quindi, conflitti. Certo è che i social media, l’informazione veloce, capillare e imprecisa che corre grazie ai telefoni e il fiorire di fake news rese possibili da questi mezzi hanno oggi un grandissimo ruolo. Chi, oggi, vuole una guerra o vuole sostenere un conflitto si concentra sui reel: sappiamo bene che dietro a moltissimi utenti apparentemente privati ci sono interi sistemi di disinformazione, così che la guerra, sui media, è già iniziata da molto tempo.
Un’ultima somiglianza, piuttosto inquietante, la troviamo nei confronti di quegli intellettuali del Novecento che, come i Futuristi, si immaginavano la guerra come la sola igiene del mondo e incitavano a farne una fonte prioritaria di progresso, contro un secolo considerato da loro archeologia. Una simile figura c’è anche oggi, celata più o meno apertamente dietro i grandi protagonisti della Silicon Valley, per i quali il progresso è l’unica via di salvezza possibile e deve essere difeso a tutti i costi. Recentemente, Peter Thiel, fondatore di Pay Pal e di Palantir vicino al leader degli Stati Uniti, con un linguaggio quasi messianico, ha sostenuto che chiunque voglia porre limite alla tecnologia coincide con l’Anticristo, personaggio biblico che si oppone alla piena rivelazione di Dio. I toni e i contenuti di una simile proposta culturale non sono così lontani da quella cieca fiducia nel progresso tipica di Marinetti, per il quale il costo di milioni di vite umane sarebbe stato semplicemente accettabile.
Il messaggio di questo grande paragone, ragionato insieme ai ragazzi, non è l’imminenza di una nuova guerra, ma la consapevolezza che i ragni di oggi tessono tele sempre più sofisticate e invisibili. A noi, tramite lo studio e il pensiero critico, il compito di spezzarne i fili, senza paura ma senza ingenuità: nel nostro spazio di libertà, per quanto piccolo, abbiamo tutti la possibilità di diventare argini nei confronti di una finzione che agisce a favore del male.
