
NELLA TELA DEL RAGNO

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IL CORPO IN SCENA

Sabato 16 maggio alcuni ragazzi della Piccioletta barca, dopo un anno di lavoro, hanno messo in scena uno spettacolo teatrale di cui hanno scritto loro stessi il testo, intessendo il lavoro fatto dall’Accademia e dalla Filoteca nel 2025/2026 sul tema della Legge. Non voglio, in questa sede, proporre un racconto dell’impresa, ma piuttosto – terminato il carosello delle emozioni di chi ha assistito a un piccolo miracolo – raccogliere qualche pensiero su ciò che il teatro ha generato, in modo piuttosto inaspettato, nei ragazzi e in tutti noi.
Credo che chiunque faccia o abbia fatto teatro conosca la magia della messa in scena: il coraggio di esporsi, la sfida di diventare altri da sé. La faticosa costruzione delle scene e il lungo susseguirsi di prove, esperimenti, ripensamenti, quando si apre il sipario, esprimono tutta la loro potenza, in un’esplosione di energie personali e comuni accumulate per mesi. La scena teatrale, quando arriva il giorno dell’esecuzione, sembra un giardino in primavera, che in un istante fa sbocciare una bellezza tenuta nascosta per mesi.
Gli spettacoli dei ragazzi della Piccioletta barca sono certamente tutto questo, ma non solo e, forse, non innanzitutto. Fin dal primo esperimento, nato dall’incontro con Improvvisa Compagna di Vignarello, l’idea non è mai stata aprire una scuola di teatro, né organizzare una compagnia amatoriale, ma – prima di tutto – raccontare una storia (nel 2024 la storia del Vajont, nel 2025 il tema dell’energia, quest’anno il nostro viaggio attorno al tema della legge). Insomma, non abbiamo inteso fare altro da ciò che da sempre facciamo: intrecciare il nostro presente con i grandi racconti dell’umanità e cercare in questi una via per illuminare quello. La passione per il teatro è arrivata, per così dire, in seconda battuta: per alcuni ragazzi è stata travolgente, per altri una scoperta gradita, ma il gruppo non si è raccolto attorno all’amore per la recitazione (solo di alcuni), ma al desiderio condiviso di raccontare. Allo stesso tempo, è innegabile che questo modo di raccontare, quello del teatro, sia diverso da tutti gli altri per un motivo tutt’altro che banale: non le parole, ma il corpo stesso, il corpo in scena intesse il filo delle storie.
Ogni volta che si pronuncia la parola “cultura”, inevitabilmente, a noi viene in mente l’intelletto, la testa, i pensieri. Sono diversi secoli, d’altra parte, che leggere è diventata un’operazione silenziosa: se nel quarto secolo Agostino si stupiva di vedere Ambrogio di Milano leggere senza muovere le labbra, a partire dal XII il pensiero finisce per separarsi del tutto dai suoni e dai corpi che li emettono. Lo stesso vale per lo studio: il consiglio degli adulti di ripetere ad alta voce è per lo più ignorato e, quando non lo è, appare a molti ragazzi come una forzatura. L’idea dell’intellettuale, poi, spesso ci riporta a un personaggio un po’ ingobbito, probabilmente occhialuto, che allo studio ha sacrificato l’allenamento del corpo e, forse, anche la passione per il suo guardaroba.
Da anni, invece, in Piccioletta barca, la cultura ha a che fare con i corpi: da come si sta seduti a come ci si veste, dall’abitudine a mangiare composti alla resistenza delle camminate in montagna, dalla bellezza allegra della nostra sede all’albero di Natale addobbato tutti insieme. Ricordo ancora, alla primissima vacanza, l’entusiasmo di una ragazza che per la prima volta scopriva cosa significasse cenare tutti insieme in modo disteso partecipando a un unico discorso, con una tavola bene imbandita e delle candele accese. È in questo spazio aperto da molti anni, fatto, in modo inscindibile, di corpi e di pensieri, che si è inserita l’avventura teatrale, che l’esperienza dei nostri amici attori piemontesi ha saputo portare a livelli a noi inaccessibili.
Ciò che più mi ha colpito, dello spettacolo dei ragazzi, è che – sebbene alcuni siano decisamente portati – la maggior parte di loro non è fatta, come si dice, di attori nati. Alcuni, per carattere timidissimi, hanno voluto recitare parti importanti e emozionanti; altri, per natura impacciati, hanno avuto il compito di mettere in scena movimenti delicati e complessi, quasi passi di danza; qualcuno, per indole poco avvezzo a studiare poesie a memoria, ha imparato battute difficili, senza nemmeno l’aiuto della metrica e della rima. Guardandoli, non ho potuto fare a meno di pensare a me, quando avevo la loro età: ero impacciato, scoordinato, un sacco di cose non mi riuscivano. Era una questione di corpo, non di pensiero e nemmeno di sentimento. O, meglio: una questione di corpo e, per questo (attraverso questo), di pensiero e di sentimento.
Friedrich Nietzsche scriveva che il luogo della memoria non è il cervello, ma le mani, i piedi, le braccia e le gambe; secondo la grande riflessione del filosofo tedesco, uno dei mali della modernità è stata la separazione del pensiero dalla vita e dalla sua energia generatrice e, insieme, caotica. L’esperienza del teatro ci ha aiutato a comprendere questo: le idee più importanti diventano nostre solo quando attraversano tutto il corpo. È nel corpo che avvengono le trasformazioni più lente ma, proprio per questo, più definitive. Un pensiero scivola via presto se non entra nella carne.
Se i ragazzi hanno potuto mettere in scena una riflessione non banale sul tema della legge è perché di mezzo ci sono stati i loro e i nostri corpi. Corpi che ogni sabato mattina, invece di poltrire a letto, si alzano e fanno la strada per arrivare alla nostra sede, corpi che imparano a stare seduti per due ore, a prendere appunti su un quaderno, che apprendono l’arte raffinata (e rara) di ascoltare. Ma anche corpi che superano l’imbarazzo di prendere la parola, che si sentono ascoltati e accolti. E, soprattutto, corpi che provano a fare cose difficili, cose che all’inizio non vengono, che sembrano superiori alle proprie forze, come le opere che proponiamo loro. Saremmo ingenui se pensassimo che il miracolo della loro crescita fosse dovuto anzitutto alla profondità delle nostre riflessioni: il segreto è un altro. Il segreto è autorizzarli a provare, a sbagliare, a provare di nuovo, a ridere quando le cose non vengono come vorrebbero; il segreto sta nella certezza che i ragazzi possono avere del fatto che i corpi di noi, più grandi, ci sono sempre, costi quel che costi; magari stanchi per la lunga giornata di lavoro, talvolta un po’ arruffati per come va la vita, ma sempre, sempre presenti. Anche i contenuti che offriamo loro sono generati da un lavoro fedele, lungo, che nasce nei nostri stessi corpi che leggono, studiano, sottolineano, scrivono; le opere che raccontiamo al sabato mattina hanno attraversato i nostri corpi e le nostre menti: ogni volta portiamo loro la gioia di qualcosa che abbiamo scoperto e che ha entusiasmato noi, per primi.
Ciò che i ragazzi hanno provato mettendosi in scena, insomma, è la magia del teatro, ma prima ancora è la magia della cultura, che si realizza tutte le volte che qualcosa di difficile, qualcosa che il nostro corpo non è molto portato a fare, attraverso un lavoro tenace, fedele, ma anche felice, diventa improvvisamente facile. Quando questo accade, allora il cambiamento è reale, stabile e perenne. Non sapresti nemmeno tu dire quando e come è successo, ma il prodigio è avvenuto: un pensiero, un’idea, un’intuizione è diventata finalmente tua, così totalmente tua che è il tuo stesso corpo a metterla in scena.
