
CRISTINA DA PIZZANO

IL CORPO IN SCENA
NELLA TELA DEL RAGNO

C’è un momento, durante l’Accademia, in cui la parola passa ai ragazzi: il metodo di lavoro pazientemente costruito dai grandi passa nelle mani dei soci di terza media, che presentano ai loro compagni un’opera, proprio come facciamo noi.
Dopo avere a lungo raccolto finzioni belle e brutte, generative o distruttive, dobbiamo ammettere che la finzione giunge al suo punto più basso, meschino, colpevole quando diventa propaganda bellica. Fondamentale, in questo senso, è il romanzo coraggioso di Eric Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, pubblicato nel 1928, durante il primo dopoguerra, quando la retorica patriottica era ancora al suo apice, sfidando persino il sorgere dei regimi più autoritari che porteranno al secondo conflitto.
Come sempre facciamo noi adulti, anche i piccoli hanno prima dipinto il contesto storico del romanzo e delle vicende che racconta.
Ci colpisce sempre come lo studio della storia, sviluppato oggi in una linea retta, dalla terza elementare alla terza media, faccia sì che ragazzi di dodici o tredici anni non sappiano assolutamente nulla della tragedia delle guerre mondiali, il cui approfondimento viene relegato agli ultimi mesi di terza e trattato, spesso, frettolosamente. Scelta discutibile, se è vero, come è vero, che la Prima guerra mondiale è l’origine dei grandi drammi del Secolo breve, molti dei quali, irrisolti, hanno valicato il millennio.
Il nome che questa singolare finzione bellica assume è: propaganda. Ne spieghiamo ai ragazzi l’etimologia: pro è la preposizione che fra i suoi molteplici, in questo caso, ha il significato di a favore di; e agere, il verbo del fare, presente in forma perifrastica passiva con il significato di le cose che vanno fatte. Significa, insomma, lavorare a favore di qualcosa che deve essere agita: a parere di chi? Il più delle volte secondo la volontà di un potente che vuole manipolare il popolo a vantaggio proprio e dei suoi. Riguardo alla Grande guerra, abbiamo individuato due momenti apicali: la propaganda interventista del 1914–1915 e quella che seguì il dramma di Caporetto, volta a rassicurare gli animi di soldati e civili e a spingerli a proseguire l’impegno in una guerra che molti di loro reputavano finita e perduta.
Prende per prima la parola Emma, che, partendo dalla situazione europea dei grandi imperi malati, racconta ai compagni l’attentato di Sarajevo, le grandi alleanze e le mosse che ne seguirono e la posizione dell’Italia all’insorgere del conflitto. Presenta, dunque, le opinioni più diffuse contro la guerra (socialisti, giolittiani, cattolici) e, di rimando, le roboanti voci interventiste. Fra queste, se gli irredentisti erano animati dal desiderio di concludere il processo risorgimentale, conquistando il Trentino e il Friuli, i nazionalisti – primo tra tutti Gabriele D’Annunzio – auspicavano, come quelli di tutta Europa, la rinascita di un Paese forte, capace di avere un posto di rilievo nello scacchiere internazionale e di dominare anche fuori dai suoi confini. C’erano poi i grandi gruppi industriali (la FIAT in primis), che vedevano nella corsa agli armamenti un’opportunità di crescita, e infine élite intellettuali più eccentriche come i Futuristi di Marinetti, per i quali la guerra era il grande fuoco purificatore che avrebbe svegliato un’umanità ormai addormentata e in decadenza: «la guerra è la sola igiene del mondo», dicevano.
Nonostante i non-interventisti fossero numericamente più rilevanti, la voce della propaganda si alzò sempre più forte. I suoi strumenti principali furono i giornali (un mass media che da poco tempo aveva raggiunto una diffusione capillare, grazie alle macchine rotative), i manifesti e le locandine che, grazie a immagini forti e accattivanti, raggiungevano anche chi non era in grado di leggere, e poi il cinema, il teatro e la scuola stessa. Lo scopo era principalmente l’invito all’arruolamento, la raccolta di fondi, la demonizzazione del nemico; i contenuti toccavano corde sensibili: il completamento del Risorgimento, la difesa della patria, l’unione degli Italiani, l’eroismo dei nostri soldati e l’inferiorità dei barbari austriaci. Così, grazie a questa immensa macchina, l’Italia, con un anno di ritardo, entrò in guerra, non dalla parte dei suoi storici alleati (la Triplice Alleanza), ma a fianco della Triplice Intesa.
La Prima guerra mondiale, dopo i primi mesi in cui l’Italia non partecipò, fu massimamente una guerra di logoramento e di posizione. Gli Italiani furono impegnati soprattutto sul fronte orientale, lungo la linea dell’Isonzo, che si tinse per ben dodici volte del sangue di migliaia di soldati. Il 24 ottobre 1917 è il giorno della disfatta: la linea viene sfondata a Caporetto, come tutti sappiamo. Dal giorno successivo, comincia la seconda grande fase della propaganda, che ci racconta Samuele. Fu questa, se possibile, ancora più odiosa, meschina e falsa della prima. Dopo la sconfitta, le centinaia di migliaia di soldati che si erano ritirati più di venti chilometri dietro alla linea del fronte erano rassegnati ad avere perso la guerra e sollevati all’idea di poter rientrare nelle loro case, dopo anni di trincea. La responsabilità della sconfitta gravava sulle spalle di Cadorna, che fu deposto. Gli successe Armando Diaz; colpisce come una delle sue prime mosse fu la creazione del Programma P, dove P sta silenziosamente per propaganda. In questa seconda fase furono i giornali di trincea a farla da padrone. Essi dovevano raggiungere le truppe sulla linea del Piave, ma anche i civili in attesa di notizie in città. I giornali più famosi furono La tradotta (più sofisticato, a colori), La ghirba (di taglio più popolare) e Il Montello. Quasi ogni divisione creò il suo, riempiendo pagine e pagine di buone notizie, aneddoti divertenti, immagini edificanti. I toni di questa propaganda furono meno marziali e autoritari, rispetto alla prima; si tinsero di sfumature psicologiche e di un linguaggio più comune e giovanile.
Furono molti gli artisti chiamati a collaborare a questi giornali: pittori certamente, ma anche scrittori e poeti che cercarono di raggiungere con la potenza dei loro talenti gli animi distrutti di quei poveri ragazzi feriti nei corpi ma, assai più gravemente, negli animi, ma anche delle nuove leve, come i famosi ragazzi del ‘99. I contenuti di questa vile propaganda erano l’esaltazione dei soldati e la loro trasformazione in eroi nazionali, la derisione volgare dei nemici, le testimonianze amorevoli di madri e mogli che attendevano i loro uomini nelle tiepide case.
La Prima guerra mondiale, si sa, fu vinta da noi, ma mai vittoria fu maggiormente foriera di guai! Ai reduci di Caporetto, rientrati dal fronte, non fu certamente riservata l’accoglienza e il trattamento subdolamente promesso dai giornali ed essi facilmente, come povere mosche nella tela del ragno, caddero nella nuova terribile propaganda dell’astuto Mussolini e del suo fascismo. Ma questa è un’altra storia…
