
“DOCENDO DISCIMUS” : QUINTILIANO E LA CURA DELL’INSEGNAMENTO

NELLA TELA DEL RAGNO
CRISTINA DA PIZZANO

Quante, quante scrittrici non godono della fama e del prestigio che la loro vita e la loro opera meriterebbero!
Ecco un’altra Signora della penna, che ebbe un cuore veramente enorme.
La sua fu una penna vera, una penna d’oca intendo, intinta nella boccetta d’inchiostro; e il suo foglio fu di pergamena o, nel tempo libero, di carta straccia (ricavata da stracci), quando il suo pensiero poteva scorrere libero e spontaneo, abbandonando il sofisticato stile gotico per quello mercantesco, riservato agli appunti del cuore. Cristina nacque a Venezia nel 1364 e fu la prima donna scrittrice di professione riconosciuta in Europa, una delle pochissime che alla scrittura affidò la sua sopravvivenza.
È una storia molto bella, la sua. Fu il padre, docente di medicina e astronomia all’università di Bologna a educarla alle lettere e alle scienze, e una riflessione sorge subito spontanea: nei secoli passati, quando una ragazza poté studiare, valicando i confini fisici ma soprattutto mentali e culturali della società, fu sempre per una intuizione e per volontà del padre, mai della madre: le madri, anzi, erano spesso contrarie a avviare le figlie femmine su sentieri a loro sconosciuti che le avrebbero rese tanto diverse e sospette al mondo. Scrittrici ce ne furono poche, ma questo è il caso delle grandi pittrici, come Sofonisba Anguissola e Artemisia Gentileschi e delle scienziate, come Laura Bassi…
La mamma di Christina la vorrebbe filatrice, ma suo marito Tommaso, per fortuna, è un uomo di mentalità aperta e, cogliendo il luccichio intellettuale della bambina, le garantisce un’istruzione pari se non superiore a quella dei due fratelli: storia, letteratura, scienze, musica.
Chiamato alla corte del re Carlo V, trasferisce la famiglia a Parigi, dove Cristina ha accesso libero alla biblioteca reale del Louvre, dove il padre lavora. Nasce così Christine de Pizan, come è nota ai pochi cultori che la conoscono e la amano: eppure volle sempre essere chiamata l’italienne.
Il padre la ama, il re la stima e anche il suo matrimonio, benché combinato, risulta felice e fecondo di prole e di maturazione intellettuale. Ma nel giro di poco tempo, quando Christine ha solo venticinque anni, i tre grandi uomini della sua vita scompaiono: vedova, orfana del padre e del protettore, madre di tre figli, Christine reagisce al dolore e trova nell’attività manuale conforto alla nuova solitudine. Rifiutandosi di risposarsi, sceglie di sostenersi grazie al proprio lavoro: in una bottega di scrittura, dove lavorano calligrafi e miniatori, entra come collaboratrice e ne diventa presto il capo, coltivando, allo stesso tempo, la sua passione letteraria; da principio, ricopia testi famosi per la corte ma presto passa alla composizione di opere su commissione di principi e nobili, fra cui si distingue la biografia di Carlo V chiestale dal fratello del sovrano.
Christine dialoga e scrive con disinvoltura di strategie politiche e militari, di amore e di scienza ma forte in lei cresce il desiderio e il bisogno di esprimere quel sentire che la sua stessa esistenza le rende sempre più chiaro: uomo e donna sono pari per natura, quanto a capacità intellettuali. Soltanto l’educazione, il ruolo sociale e le circostanze fanno la differenza, spianando la strada agli uomini e relegando la donna in secondo piano.
«Un giorno mentre ero seduta nella mia stanza, come sempre concentrata nello studio delle lettere (…), distolsi lo sguardo dal mio libro, pensando per una volta di dilettarmi nella lettura di qualche poesia. (…) per caso, mi capitò tra le mani uno strano libro che non era mio. Cominciai a sfogliarlo e vidi dall’intestazione che parlava di un tale Mateolo. Allora sorrisi: pur non avendolo mai visto prima, avevo sentito dire che questo parlava bene delle donne e pensai che potevo divertirmi a leggerlo».
Comincia così il capolavoro di Christine, Le livre de la cité des dames, composto fra il 1404 e il 1405.
Non è per nulla a caso che Christine si trova fra le mani le Lamentazioni di Mateolo; scorrendolo, si accorge che «il soggetto trattato poteva risultare gradevole solo ai maldicenti e non dava alcun contributo al perfezionamento morale e alla virtù». Lo sfoglia qua e là, fino alla fine, lo accantona, e dichiara che, per quanto non autorevole, quel libro suscita in lei una riflessione che la turba profondamente: come mai tanti uomini, diversi tra loro per condizione, erano stati ed erano ancora propensi a scrivere nelle loro opere tante maldicenze sulle donne e la loro condizione: filosofi e poeti, predicatori ben più autorevoli di questo truffaldino di poco conto. Prima di questo libretto, Christine ha letto almeno altri due libri – Sulle donne famose, di Giovanni Boccaccio e il Roman de la Rose di Jean de Meung – che teorizzano improbabili difetti congeniti nel genere femminile: malinconia, intemperanza, incertezza, volontà di seduzione fatte per guastare la salute maschile. Christine pensa a sé e alla sua condotta e pensa a tutte le donne che ha frequentato, tanto le principesse e le gran dame, quanto le donne di media e bassa condizione con le quali ha scambiato pensieri e confidenze: per quanto si sforzi, Christine non riesce proprio a pensare quale fondamento abbiano i giudizi maschili sulle donne. Eppure qualcosa doveva pur esserci: come mai uomini illustri, intellettuali di spiccata intelligenza, sapienti in tutto, continuavano a scrivere tante menzogne sulle donne? Riflette e alla fine giunge alla conclusione che Dio aveva fatto una cosa proprio vile quando creò la donna, meravigliandosi di come un artigiano tanto degno avesse realizzato un’opera tanto abominevole, ricettacolo di tutti i mali e di tutti i vizi.
È meravigliosa, stupisce e commuove, fin dalle prime pagine del libro, l’arguzia e l’intelligenza di questa donna antica che, lungi da assumere toni polemici che l’avrebbero subito squalificata, lavora con antifrasi e litoti sofisticate per sostenere le sue idee e, senza mai alzare i toni, compone la sua straordinaria opera.
Mentre dialoga con Dio, dispiacendosi, in quanto donna, di non potere rendere gloria alla sua creazione, le appaiono tre dame: Ragione, Rettitudine e Giustizia le propongono di costruire una città dove le donne saranno onorate. Ecco così nascere, dalle fondamenta fino alle torri dei palazzi, questa città fortificata, bella e preziosa, abitata solo da donne, esempi di virtù, intelligenza, coraggio, spirito di sacrificio e dedizione.
È Ragione a domandarle che fine abbia fatto la sua intelligenza e ad assicurarla che ogni maldicenza sulle donne ricade su chi la fa e non sulle donne stesse: è venuto il tempo di cacciare dal mondo quell’errore in cui lei stessa è caduta, «affinché le dame e le donne di merito possano avere, d’ora in avanti, un luogo dove potersi rifugiare e difendere contro così tanti assalitori».
Christine scava fisicamente le fondamenta della città e allo stesso tempo, scava nella natura stessa della questione, con “la zappa della sua intelligenza e con la zappa della ricerca” seguendo la traccia che Ragione le segna e, man mano che scava, porta via la terra superflua, scende alle radici della questione: ogni affondo della zappa è una domanda di Christine, ogni palata di terra tolta è una risposta di Ragione… bellissimo!
E lentamente, ma sempre con garbo, ecco il disegno degli uomini maldicenti: poverini, essi sono vittima di invidia, di impotenza fisica e corruzione morale, di rancore per vicende personali: sarebbe stato meglio per molti tra gli uomini più forti se avessero compiuto il loro passaggio sulla terra in un debole corpo di donna! Ma poco importa, l’importante è costruire: «come cazzuola, prendi la tua penna!».
E Christine dipinge una galleria straordinaria di figure femminili che, da sole, affermano la grandezza e la bellezza delle donne: regine, poetesse, profetesse, guerriere, scienziate, sante e martiri, madri, mogli, sorelle, figlie che si resero protagoniste di imprese straordinarie…
Una fra tutte, Lucrezia, che per non cedere alla violenza del re Tarquinio, si uccise trafiggendosi con un coltello: siamo nel libro secondo, capitolo quarantaquattro, che termina così:
«si dice che, a causa dell’oltraggio commesso contro Lucrezia, venne emanata una legge che condannava a morte chiunque violentasse una donna: questa è una pena legittima, giusta e Santa». Scarse e ben poco documentate sono le notizie riguardo a una tale legge romana, soprattutto in tempi tanto antichi… Ma Christine è coraggiosa, pulita, limpida: il suo in realtà è un auspicio che lascia senza parole per la precocità e la forza! Chissà come mai lo prese la Francia di inizio Quattrocento….
Scrisse molto altro, Christine: poesie, biografie, trattati, canti da ballo popolari, poemi, fra cui, fondamentale, Il poema di Giovanna d’Arco, composto nel 1429, quando, ormai ritiratasi in convento e dopo un silenzio di oltre dieci anni, Christine riprende la penna, entusiasta per l’impresa della giovane donna che, a capo dell’esercito, combatte per la Francia. È il suo ultimo scritto. Il poema si conclude così: «Io, Cristina, che ho pianto per undici anni, ora finalmente rido: una donna sta salvando la Francia». Christine morì nel 1430, ignara della triste fine della pulzella di Orléans; ci piace immaginarle insieme, sedute a dialogare nella piazza della città delle dame e a sorridere sulle miserie maschili e umane. Con loro, ci piace immaginare tutte le giovani socie della Piccioletta barca che, guidate da Ragione, Rettitudine e Giustizia, passino la vita a scavare con la zappa dell’intelligenza e della ricerca, e a costruire meraviglie con la cazzuola della loro parola e della loro penna!
