
L’ADRIANO MEIS CHE È IN NOI…
“DOCENDO DISCIMUS” : QUINTILIANO E LA CURA DELL’INSEGNAMENTO

Marco Fabio Quintiliano, spagnolo di nascita, romano di adozione (35–96 d.C.), fu il retore più importante della sua epoca, ma fu soprattutto un grande insegnante, il primo la cui cattedra fosse pagata dallo stato.
La sua opera Institutio oratoria rivela una commovente capacità di osservazione del mondo della adolescenza, un interesse e una attenzione non comuni nella letteratura antica, tanto che essa può essere considerata il primo trattato di pedagogia della storia. Docendo discimus: insegnando, impariamo. Cosi è o così certamente dovrebbe essere!
La decadenza nella oratoria — quell’arte meravigliosa di parlare in pubblico, dando a contenuti profondi una veste ben strutturata, persuasiva ed efficace -, era per lui un problema morale, dovuto alla degradazione dei valori e dei costumi: a questa si può e si deve ovviare solo con l’educazione, che deve iniziare in famiglia e proseguire in una scuola curata e intelligente; con una rinnovata serietà dell’insegnamento, con un’offerta culturale alta e persuasiva.
Proponiamo alcuni passaggi di questa opera, la cui attualità è commovente e sconcertante insieme…
Il primo passaggio riguarda il dibattito fra scuola privata (all’epoca intesa come educazione impartita da un maestro al singolo ragazzo o a gruppi ristretti in casa) e scuola pubblica, di cui Quintiliano è acceso sostenitore. Certo, l’educazione famigliare è il primo fondamentale tassello per la crescita seria di un ragazzo…
Dicono che la scuola corrompa i costumi: capita senz’altro, ma capita anche a casa e ce ne sono molti esempi, come ce ne sono di una morale religiosamente rispettata sia qua che là. La differenza sta nella natura di ciascuno e nell’educazione. Prendi un animo incline al peggio, una trascuratezza nella formazione e nella tutela del pudore infantile, e l’educazione isolata offrirà non minori occasioni di vizio. Anche il precettore domestico può essere disonesto, e la compagnia di servi malvagi non è meno pericolosa di quella di liberi viziosi. Se invece l’indole è buona, se la cura dei genitori è vigile e oculata, si può scegliere il precettore più onesto (cosa di cui le persone sagge si prendono soprattutto cura) e una forma di educazione austera, e nondimeno aggiungere al fianco del proprio figlio come amico un uomo serio o un liberto fedele, la cui assidua compagnia sia in grado di rendere migliori anche quelli che si temevano. Ma sarebbe facile mettere rimedio a questa paura: se solo non fossimo noi stessi a corrompere i costumi dei nostri figli! Siamo noi che dissolviamo l’infanzia nei piaceri. Quell’educazione molle che chiamiamo indulgenza spezza ogni nerbo della mente e del corpo. Il bambino che va carponi in mezzo alla porpora, quali desideri non avrà da adulto? Non riesce ancora a pronunciare una parola, che già si intende di porpora e vuole le ostriche. Educhiamo il palato prima della lingua: crescono sulle lettighe e se toccano terra, vengono sostenuti da una parte e dall’altra. Se dicono qualcosa di licenzioso, siamo contenti; parole che non sarebbero permesse neppure ad Alessandria le accogliamo con risa e baci. Ma non c’è da meravigliarsene: gliele insegniamo noi, le ascoltano da noi, vedono le nostre amanti e i nostri concubini; ogni banchetto risuona di canzoni oscene, assistono a spettacoli vergognosi. Da ciò si forma prima l’abitudine, poi la natura. I disgraziati imparano questa roba prima di sapere che si tratta di vizi, poi, smidollati come sono, portano questi mali nelle scuole, nonché riceverli.
Il secondo passaggio si occupa del maestro di scuola: egli deve sentire grande responsabilità nei confronti dei suoi alunni e avere sempre un atteggiamento equilibrato e propositivo, coniugando autorevolezza e simpatia. Deve volere loro bene e, soprattutto, volere il loro bene.
Non basta che il maestro si mostri irreprensibile, se poi con il rigore della propria disciplina non riesce ad arginare anche i comportamenti dei ragazzi che si raccolgono intorno a lui. Verso di loro, dunque assuma anzitutto la disposizione d’animo di un padre, e pensi di avere preso il posto dei genitori che gli hanno affidato i figli. Egli non abbia vizi e non li ammetta negli altri. La sua serietà non assuma i tratti della cupezza e la sua cordialità non sia esagerata, affinché, a causa della prima, non nasca antipatia e, a causa della seconda, scarso rispetto. Parli senza risparmio di ciò che è onesto e di ciò che è bene: quanto più spesso avrà dato consigli, tanto più raramente punirà. Si adiri il meno possibile, ma non finga di non vedere i difetti da correggere, sia semplice nelle spiegazioni, resistente alla fatica, assiduo ma non eccessivo. Risponda di buon grado a chi gli fa domande, di sua iniziativa interroghi chi non gliene pone. Nel lodare le esercitazioni degli allievi non sia né troppo stretto né troppo largo, poiché il primo atteggiamento fa venire a noia lo studio, il secondo genera eccessiva sicurezza. Quando corregge gli errori, non si mostri aspro e non offenda affatto, perché il fatto che alcuni biasimino i ragazzi quasi come se provassero astio verso di loro, allontana molti dal proposito di studiare.
Un ultimo passaggio riguarda gli allievi: il loro cuore e il loro atteggiamento ‘docile’ sono fondamentali alla costruzione della loro cultura e della loro persona. Interessante pensare come l’aggettivo docile derivi proprio dal verbo latino docēre, insegnare, e indichi chi è ben disposto all’apprendimento.
Dopo aver parlato tanto dei doveri dei maestri, questo solo raccomando ai discepoli, che amino i maestri non meno dei loro studi e che li ritengano genitori non certamente dei corpi ma delle menti.
Questo rispetto filiale gioverà molto allo studio, perché così li ascolteranno volentieri e crederanno alle loro parole e desidereranno essere simili a loro; allora lieti e contenti si recheranno nei gruppi dei compagni di scuola; ripresi non si arrabbieranno, lodati, proveranno piacere e, grazie allo studio, meriteranno di essere molto cari al maestro. Infatti, come dovere dei maestri è insegnare, così dovere dei discepoli è mostrarsi docili; del resto, nessuna delle due parti ha motivo di esistere senza l’altra. E come la nascita dell’uomo è causata da entrambi i genitori e invano spargerai i semi se non li alimenterà il solco preparato in precedenza, così la cultura non può crescere se non con lo sforzo concorde di chi la trasmette e di chi la riceve.
