
VOCI DALL’OLIMPO — parte 2
NEERA

“Eccomi alla fine della mia vita di fanciulla, Neera non è ancor nata, quantunque il bellissimo nome scorto in un libro scolastico delle Odi di Orazio mi avesse già colpita in modo straordinario e così tenace che allorquando, più tardi, volli scegliere uno pseudonimo non tentai neppure di cercarne un altro.”
Neera, chi era costei? Mi ha sempre molto incuriosita la scelta di uno pseudonimo da parte di un artista: sempre vado a cercarne l’origine, come chiave rivelatrice di una personalità.
Neera, ninfa della mitologia greca, è il nome che sceglie per sé la scrittrice milanese Anna Maria Zuccari, una delle penne più prolifiche, intense e di successo di quella bella epoca a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Nell’opera del poeta Orazio, il nome Neera compare due volte: in una Ode e in un Epodo, che con grande curiosità corro a leggere sulla mia antologia latina. Nell’Epodo, il poeta rimprovera la donna che porta questo nome per i suoi costumi amorosi alquanto leggeri: tradito da lei, mette in guardia l’uomo che, dopo di lui, gode dei favori della bella fanciulla, certamente destinato alla sua stessa sorte. Nella Ode, cui in maniera esplicita sembra fare riferimento la scrittrice, non va meglio a Neera: Orazio, tramite un servo, manda a chiamare questa donna, una suonatrice di flauto o una cortigiana, perché, intrecciando i bei capelli profumati di mirra, si unisca alla festa in onore di Cesare Ottaviano di ritorno, vincitore, dalle terre di Spagna.
E così, benché il nome suonasse alla ragazza bellissimo, in nessun caso sembra molto lusinghiero, nemmeno appigliandosi all’aggettivo che lo accompagna, arguta, che, se normalmente si traduce ‘di mente fine, espressiva, melodiosa’, proprio in Orazio è accompagnato una volta al sostantivo meretrix e, nel passo specifico, è tradotto come ‘Neera dalla voce squillante’.
Sorrido e penso che forse la ragione di questa scelta precipitosa si possa scorgere davvero nel fascino di un suono e pure nella cultura mediocre che Anna candidamente dichiarò sempre di possedere nonché, soprattutto, nel suo pessimo rapporto con la scuola e lo studio, quello dei classici particolarmente. Come a dire, forse era stata più sensibile a quell’armonico congiungimento delle sillabe che al contenuto dell’ode oraziana. Ma questa caratteristica, i limiti della sua formazione giovanile, è proprio uno degli aspetti che con maggiore autenticità e rigore, la scrittrice analizza in più passi della sua autobiografia, rendendola, a mio avviso, un’autrice interessante e felicemente paradigmatica.
La ricca produzione letteraria di Neera, spaziando da romanzi a racconti, da saggi ad articoli su tanti temi della vita culturale e della società, ottenne sempre ampi riconoscimenti, non solo da parte del grande pubblico, ma pure da grandi della letteratura e del pensiero a lei contemporanei: primo fra tutti, Luigi Capuana, il principale teorico del Verismo italiano, che con la scrittrice scambiò lunghe lettere sui temi della letteratura contemporanea e fu tra i primi a recensirne e analizzare l’opera. E poi Benedetto Croce il quale, di vent’anni più giovane, intrattenne con la scrittrice un fitto carteggio tra il 1903 e il 1917, anche questo massimamente concentrato sui temi letterari. Il filosofo, che a Neera dedicò un saggio all’interno della sua Letteratura della nuova Italia, ne apprezzò particolarmente l’austerità e il valore morale, la sobrietà formale e il profondo sguardo indagatore sulla condizione femminile, la complessità dei sentimenti, il ruolo della donna nella famiglia. Neera fu anche amica e ammiratrice di Matilde Serao, Giovanni Verga, Antonio Fogazzaro.
L’affetto di Croce per Neera traspare chiarissimo nella prefazione all’ultima opera della scrittrice, pubblicata postuma nel 1919 dalla figlia: l’autobiografia Una giovinezza del secolo XIX, che racconta con lucida e rara onestà e con commovente dovizia di particolari gli anni della sua crescita e della formazione della sua personalità, interrompendosi prima del matrimonio e dell’affermazione come scrittrice. In quegli anni così minuziosamente presentati, sente evidentemente palpitare il cuore della sua vita e vede il nocciolo del suo successo.
“Quando qualcuno vuol sapere gli studi preparatori che feci per scrivere la trentina di volumi da me pubblicati, rispondo: calze e camicie, camicie e calze”.
Perché Anna, nata nel 1846 a Milano in via Monte di Pietà e cresciuta in Corso Vittorio Emanuele – Milano è narrata con appunti e note davvero godibili a chi la ama tanto! –, figlia dell’architetto Fermo Zuccari (cui si deve, fra l’altro, il tanto caro Teatro Fossati, oggi Teatro Studio Melato di via Rivoli), rimase presto orfana della madre e fu cresciuta dalle sorelle del padre: Margherita, più briosa e umana, intelligente e impetuosa, e Nina che non sapeva né leggere né scrivere, gelida, acida, pungente, responsabile del tanto dolore che si accumulò nel cuore della bambina. I due fratelli maschi, che pur tanto amava, furono sempre più brillanti e più liberi di lei, lasciando presto casa per dedicarsi agli studi. E così, la bambina, che si autodefiniva straniera in mezzo alla gente, passava la maggior parte del suo tempo a cucire in silenzio insieme alle zie; la scuola fu per lei un autentico tormento. La odiò come altri pochi: “credo che pochi sieno andati a scuola così mal volontieri come andavo io. Ne conobbi due di scuole: in entrambe la mia esperienza fu eguale. Regolarmente riuscivo antipatica a tutte le maestre; ai professori no, nemmeno a quello d’aritmetica, che si accontentava di guardarmi con benevola compassione quantunque io terminassi i corsi senza sapere la somma, (come non la so al presente), Io a scuola non mi ci potevo vedere; preferivo di gran lunga le sgridate di mia madre e il desiderio di finirla con quella oppressione degli studi era tanto che su tutti i miei quaderni scrissi questo ammonimento a me stessa: “Ricordati, se mai un giorno venissi a rimpiangere la scuola, che ne hai tu desiderata ardentemente la liberazione”. Ma quel giorno non venne mai”.
E della scuola fece un’analisi che scuote un po’ gli intransigenti laudatores temporis acti, detrattori della scuola moderna:
“L’insegnamento ai miei tempi era una miseria (…) si usciva a educazione finita senza conoscere un solo verso di Dante. Il difetto principale di quelle lezioni era la mancanza assoluta di un concetto regolatore. Invece di incominciare dal principio e procedere gradualmente, a fanciulle ignoranti, quali noi eravamo, ci scaraventavano addosso una specie di estratto Liebig indigesto e confuso sull’origine delle lingue romanze”.
Ma Annina, così sola, silenziosa e ancor più infelice dopo la morte dell’adorato padre, fin da piccola aveva un suo grande spazio di consolazione e ristoro: la scrittura!
“Avevo la fortuna di scrivere con facilità e a poco a poco mi accorsi che da questa facilità me ne derivava anche un piacere, per cui presi l’abitudine di scrivere indipendentemente dai compiti, con meraviglia delle mie compagne, le quali tutte dal più al meno abborrivano dal comporre. (…) Scrivevo per mio sfogo, per mio piacere, per non so che cosa, non certo in vista della celebrità. (…) Continuavo a scrivere, perché erano questi i momenti più belli della mia giornata, una valvola per mezzo della quale sfogavo pensieri, desideri, rimpianti; ed era anche una base di conversazione perché tenevo circolo tutte le sere coi personaggi delle mie novelle, de’ miei romanzi e vivevo insieme ad essi come se fossero persone reali. I piaceri della fantasia hanno sui piaceri del senso questo grande vantaggio di non trovare ostacoli alla libera espansione”.
La scrittura – che anch’io amo tanto e nella quale fin dalla giovinezza, come Neera, trovo un fondamentale spazio di libertà, di abbandono, di crescita e di scambio autentico – non dovrebbe mai essere imposta e rinchiusa negli angusti schemi della didattica. Come diceva Pennac a proposito del verbo leggere, penso che anche il verbo scrivere non possa essere coniugato all’imperativo. La penna dovrebbe essere il naturale prolungamento della mano di un bambino: scrivere sempre e in ogni luogo, scrivere tutto quello che si ha nel cuore per sé, non per essere letti né tanto meno giudicati e classificati a scuola.
Neera è simpatica perché sa che la sua scrittura non è bella, frutto di letture di ben poco peso. Lo racconta, sorridendo a se stessa con una tenera indulgenza: “Dei classici trovati nella libreria di mio padre non ne lessi neppure uno; li giudicavo noiosi e freddi. Data la mia ignoranza, la questione della forma non esisteva per me. (…) Molto tardi e per opera di alcuni pochi critici, che non finirò mai di ringraziare, incominciai a preoccuparmi della forma. Non studiai ancora, perché la sola parola studio mi accapponava la pelle, ma mi guardai intorno, osservai, cercando di formarmi un gusto più fine, più esigente; compresi a poco a poco quanto l’aggiustatezza del periodo e la scelta delle parole aggiungano forza all’idea e sono arrivata al punto di prendere un vero diletto a vagliare i vocaboli e sentirmi quasi felice quando ne scopro uno nuovo. Che se talvolta l’antica pigrizia mi arresta sopra una frase fatta, tentando persuadermi dell’impossibilità di uscirne in altro modo, allora do a me stessa questa strigliatina: “Manzoni, D’Annunzio, tutti coloro che sanno scrivere la troverebbero la frase giusta, la frase unica; dunque c’è, e se c’è, bisogna cercarla!”. Lenti progressi i miei e sempre tardivi. Mi basta tuttavia una parola, un leggerissimo colpo di sprone per andare avanti”.
E Neera, senza mai badare al successo e alla notorietà, compose ben ventidue romanzi, numerosi racconti e poesie; collaborò con alcune delle riviste più note dell’epoca come Il pungolo, L’illustrazione italiana e Il Marzocco e scrisse anche dieci saggi teorici dedicati alla posizione sociale delle donne: in questi espresse sentimenti più conservatori e tradizionali rispetto a quelli che pulsano nelle protagoniste dei suoi libri, donne che si confrontano con l’ordine sociale prestabilito del tempo, e rappresentano modelli femminili alternativi in ricerca di una nuova posizione nel mondo. Questa sorta di doppiezza le procurò non poche critiche, alle quali la scrittrice seppe rispondere con lucidità nel saggio Le idee di una donna, dichiarando di non ravvisare affatto, nell’onda avanzante del femminismo, l’ideale di progredita femminilità che pulsava in lei. Gli sforzi fatti per eguagliare l’uomo – sostenne – mostravano solo come la donna non sapesse più riconoscersi nell’integrità del proprio ineguagliabile valore, quel valore che lei da sempre difendeva con profonda passione! “Amare e pensare e avere nelle mani uno strumento per esprimere tutto ciò”: questa fu la consapevole gioia che accompagnò Neera in tutta la sua vita; gioia non da poco davvero! Gioia che appartiene anche a me e che vorrei provassero un giorno le mie piccole amiche scrittrici…
