
BUONE NOTIZIE DAL MONDO: I NEURODIRITTI
VOCI DALL’OLIMPO — parte 2

Sono trascorsi tanti versi delle Metamorfosi e siamo al libro XII, ora, dove Ovidio racconta la guerra di Troia. La partenza del grande esercito greco verso Troia, lo sappiamo, non è semplice e ci vuole il sacrificio della povera Ifigenia (o, secondo altra versione, della cerva che all’ultimo la sostituì) per spegnere l’ira della dea Diana che spegne poi quella di Poseidone: le mille navi con il vento in poppa possono salpare e finalmente, dopo molte peripezie, approdano sulle coste frigie. E qui, Ovidio si interrompe e comincia un racconto bellissimo: non possiamo non trascriverlo, perché neanche una parola va persa:
«C’è un luogo al centro del mondo, tra la terra, il mare e il cielo, al confine dei tre regni dell’universo. Da qui si vede tutto ciò che accade ovunque, anche nelle regioni più lontane, e ogni voce giunge a queste orecchie che tutto ascoltano.
Qui abita la Fama, che si è costruita una dimora sulla cima più alta. Vi ha aggiunto mille aperture e mille porte, senza chiuderne nessuna: notte e giorno la casa resta aperta. È fatta interamente di bronzo risonante, vibra tutta e rimanda i suoni, ripetendo ogni parola che ascolta. All’interno non c’è mai silenzio, ma non c’è nemmeno un frastuono assordante: è solo un sommesso mormorio di voci, simile a quello delle onde del mare se ascoltate da lontano, o al rumore dell’ultimo tuono quando Giove fa svanire le nuvole nere. La folla riempie l’atrio: una massa leggera va e viene, e mille dicerie – mescolanza di vero e di falso – vagano ovunque, diffondendo parole confuse. Di queste, alcune riempiono le orecchie vuote della gente, altre vanno a raccontare altrove ciò che hanno sentito, e la misura del racconto cresce sempre di più, perché ogni nuovo narratore aggiunge qualcosa a ciò che ha udito. Lì dominano la Credulità, l’Errore temerario, la Vana Gioia e i Sospetti paurosi, la Sedizione improvvisa e i Bisbigli di dubbia origine. La Fama vede tutto ciò che accade nel cielo, nel mare e sulla terra, e indaga su tutto il mondo.».
Ed è proprio Fama ad avvisare i Troiani dell’arrivo dei Greci, permettendo loro di organizzare una pronta difesa.
Ogni particolare di questo brano è fondamentale: la voce giunge non a tutte le orecchie, in modo indistinto, ma alle orecchie che tutto ascoltano. L’aggettivo latino di queste orecchie è cavus, vuoto, vano e tradisce chiaramente una predisposizione interiore ad ascoltare le dicerie. Fama abita in alto, dove può vedere tutto e il suo palazzo, di bronzo che risuona, ha mille aperture e mille porte che rimangono sempre aperte. Anche questi versi tradiscono la volontà esplicita di ascoltare: perché non chiudere quei passaggi, almeno qualcuno? Per non perdersi neanche una voce, non importa da dove giunga, né chi la emetta. E tutto, all’interno, è mormorio sommesso: non c’è perentorietà nella diceria, nella voce che racconta i fatti altrui; c’è come una inconsapevole reticenza che suggerisce a chi sparla di tenere un profilo basso; un brusio continuo e fastidioso che non si impone ma si insinua mollemente in quelle orecchie che, subito dopo, vengono definite vuote; ma qui l’aggettivo latino è più forte: vacuus, si dice, che vuole dire sì vuoto, ma in una accezione particolare: vuoto perché privo di padrone, quindi a disposizione di tutti, una sede vacante proprio, dove ci si accomoda senza problemi. Naturalmente le voci sono vere o false, in una confusione indistinguibile. E chi spadroneggia nella casa di Fama? Credulità, errore temerario, una gioia che è detta vana, come quella di chi è sempre felice perché crede solo a quello che gli fa comodo; e poi il sospetto, orrenda bestia, e il bisbiglio e la rivolta improvvisa che è quella di chi si inalbera senza verificare i motivi della sua ir
Non credo che facilmente si possa trovare un affresco più dettagliato ed eloquente della nostra quotidianità, esposta, inerme, al vociare subdolo della rete! Proprio in questi giorni, mentre Milano è scossa dalle orrende devastazioni avvenute in centro a opera di giovani dalla vacua e vana esistenza, riflettiamo sulla guerra cognitiva in atto. Dice un bellissimo articolo di Vittorio Pelligra: «una strategia di disinformazione funziona anche senza imporre una versione dei fatti. Basta che renda difficile capire quali fonti siano affidabili e a cosa credere. L’obiettivo è il caos». E l’articolo prosegue, dicendo che questa non è una guerra alla verità: il suo obiettivo è distruggere la fiducia che rende i fatti condivisibili, è la fiducia la vittima designata!
Ma torniamo in Accademia, per aprire un altro grande libro e scoprire un secondo bellissimo ritratto di Fama. Siamo al quarto canto dell’Eneide, opera capitale di un altro maestro della letteratura latina e universale: Virgilio, così diverso nello spirito dal nostro Ovidio!
Ecco nel quarto libro, l’eroe Enea che, fuggito proprio da Troia dopo la distruzione della città, approda a Cartagine alla corte della regina Didone. Fra i due nasce una potente passione amorosa che potrebbe scompigliare i disegni divini e segnare diversamente i destini di Cartagine e di quella Roma, che ancora non c’è. È la fama a portare in giro la notizia del pericoloso amore e a raggiungere Iarba, il promesso sposo di Didone, che disperato, supplica Giove con tutto quello che ne seguirà…
Subito la Fama percorre le grandi città della Libia, la Fama, male di cui nessun altro è più veloce. Prospera grazie alla mobilità e acquista forza mentre procede; dapprima è piccola e timorosa, poi si solleva nell’aria, cammina sul suolo e nasconde il capo tra le nubi. La Terra, madre degli dèi, la generò per ultima, veloce nei piedi e dotata di ali rapidissime: mostro orrendo e gigantesco, che per quante piume ha sul corpo, altrettanti occhi vigili si nascondono sotto ciascuna piuma — cosa mirabile a dirsi — altrettante lingue, altrettante bocche risuonano, altrettante orecchie si drizzano. Di notte vola tra il cielo e la terra, nell’ombra, stridendo, senza mai abbandonarsi al dolce sonno; di giorno siede come custode sul colmo di un tetto elevato o su alte torri, e getta nel terrore le grandi città: tanto tenace nel diffondere il falso e il malvagio quanto nel riferire il vero. Allora essa riempiva i popoli di mille discorsi, gongolando, e raccontava insieme fatti accaduti e mai accaduti.
È bellissima questa immagine di un mostro che nasce piccolo e timoroso e acquista forza nel procedere: guarda tutto e tutto recepisce; occhi, orecchie, lingue sempre in moto; non dorme, stride ed è bellissimo quel verbo, gaudens, proprio di qualcuno che gode nel pescare nel torbido, nel sollevare la polvere.
Diciamo ai ragazzi che, leggendo e rileggendo questi versi, conserveranno certamente nel loro cuore una immagine di fama che li metterà in guardia dal prestare fede a tutto quello che sentono o che leggono sui social: certo, siamo tutti esposti al mormorio, al bisbiglio infido ma le nostre orecchie non sono prive di un padrone. Padrona delle nostre orecchie è la nostra volontà, lo sforzo di volontà che faremo nel discernere, nel verificare, nell’approfondire le voci che sentiamo: tutte le voci, anche le più vicine a noi, anche quelle insospettabili: non si tratta di non avere fiducia, ma di essere attenti e protagonisti indiscussi della nostra vita.
Siamo in Piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, certo, ma decisi a farlo con la mente e il cuore allenati allo spirito critico che di anno in anno impariamo navigando…
