
VOCI DALL’OLIMPO — parte 1
BUONE NOTIZIE DAL MONDO: I NEURODIRITTI

Vinco la tentazione di scrivere immediatamente a proposito della violenza a Milano e in altre città italiane: credo che le immagini si debbano depositare lentamente nel cuore e credo che, su vicende così complesse e dolorose che toccano proprio i ragazzi, si debba prendere la parola lentamente, con cautela e senza sovrapporsi alle mille voci che fanno l’una all’altra eco (già, proprio lei: Eco, la ninfa condannata a ripetere ciò che dicono gli altri). Non si vive in diretta.
Mentre mi prendo il tempo per riflettere, però, vorrei riportare una scoperta che ho fatto qualche settimana fa, tra le mille notizie che non finiscono in prima pagina. Il 25 ottobre 2021 il Cile, pioniere mondiale, ha inserito nella sua costituzione una nuova forma di diritti, chiamati neuroderechos, neurodiritti. I decreti attuativi di questo nuovo articolo sono ancora in corso di studio e definizione (la disciplina è complessa e la tecnologia in continua evoluzione), ma nella costituzione cilena è ben definita l’intenzione di tutelare i cittadini da un rischio molto concreto. Recita l’articolo introdotto nel 2021: «Lo sviluppo scientifico e tecnologico sarà al servizio delle persone e si realizzerà nel rispetto della vita e dell’integrità fisica e psichica. La legge disciplinerà i requisiti, le condizioni e le restrizioni per il suo utilizzo sulle persone, dovendo tutelare in modo particolare l’attività cerebrale, nonché le informazioni che ne derivano». Dopo il Cile, altri paesi dell’America Latina hanno legiferato in questa direzione, in anticipo rispetto ad altre parti del mondo.
“Tutelare l’attività celebrale” – espressione forse discutibile, ma che intercetta il complesso nodo tra cervello, mente e persona – è forse una delle questioni più urgenti di questo tratto della storia umana: sono ormai innumerevoli gli studi che evidenziano la decrescita delle capacità intellettive, comunicative e relazionali connessa con l’uso delle tecnologie.
È evidente che questa tutela debba impegnarci soprattutto nei confronti dei più giovani e della possibilità che sviluppino un pensiero autonomo, personale e critico. Grandi pensatori sono impegnati a discettare accademicamente sull’intelligenza artificiale, sulle opportunità che apre, sulla realtà o meno delle distopie o delle utopie del transumanesimo: si moltiplicano conferenze, corsi e master. E intanto le tecnologie si stanno prendendo i nostri ragazzi e le nostre ragazze: stanno minacciando la loro capacità di memorizzare, di fare collegamenti, di interagire con la realtà e tra loro. In un simile contesto, forse, cominciare a parlare dei diritti della mente significa accorgersi che il primo luogo in cui agire è quello dello sviluppo, dalla crescita, dell’età evolutive. E che, forse, per quanto costoso, inattuale e antipatico, bisogna porre dei limiti e dire dei no. Ci sono sicuramente mediche e psicologiche ragioni molto serie per questi no (la dipendenza, i disturbi del sonno, il cyberbullismo), ma vorrei aggiungere ciò che vediamo noi, dal nostro punto di vista.
Sappiamo per esperienza, in Piccioletta barca, che il valore dei ragazzi non si misura con il rendimento scolastico, che misura una sola cosa: il tempo dedicato allo studio. L’intelligenza di un ragazzo, piuttosto, risiede nella capacità di creare connessioni altrimenti impensate, nel coraggio di prendere la parola entrando con cura nel discorso dell’altro, nella voglia di occuparsi della realtà e nella fiducia nei confronti del bene che, sempre, abita nelle pieghe della loro vita. Proteggere il diritto della loro mente a svilupparsi, ci sembra, è un tutt’uno con la cura per queste parole: connessioni, coraggio, volontà e fiducia.
È sotto gli occhi di tutti l’aggressione che alcune tecnologie operano nei confronti delle connessioni: un uso sistematico dell’intelligenza artificiale, per esempio, finisce per rimpiazzare il paziente lavoro di tessitura tra un’informazione e l’altra, tra una vicenda e l’altra, tra un testo e l’altro. Il problema non riguarda le informazioni, ma proprio la capacità di connetterle, una capacità che si genera proprio nell’opera di ricerca, che fa passare il filo della conoscenza da un libro a un altro, da una fonte all’altra. Aby Warburg, un visionario critico dell’arte dei primi del Novecento, sosteneva che il pensiero si costruisce semplicemente in virtù del buon vicinato dei libri di una biblioteca: le idee nascono anche serendipicamente, per il solo fatto che un libro è accanto a un altro.
Danni si generano anche nella difficile opera di prendere la parola. L’ambiente digitale è di per sé ricchissimo di informazioni e di voci, ma è un ambiente profondamente solitario; non è la solitudine necessaria, per esempio, alla lettura: è una solitudine piena di voci che si accendono per pochi secondi e si spengono, lasciando posto ad altre voci. Ogni reel è una luce che si accende per essere presto dimenticata, una piccola scarica di dopamina di cui la mente presto non vuole più fare a meno, perché la mente umana, dicono gli esperti, è strutturata per seguire il piacere e ridurre la fatica. In una simile dinamica, il lento e paziente lavoro di formulare un pensiero, prendere la parola, esporre con coraggio la propria idea non è necessario: le idee si susseguano senza intrecciarsi mai. Sviluppare la propria mente chiede di tenere il discorso dell’altro e il proprio nello stesso spazio, nel medesimo flusso di pensiero, non uscirne con uno schiocco di dita.
Sui social e in genere nelle nuove tecnologie muta, poi, la relazione con la realtà: essa è ridotta a uno sfondo rassicurante in cui accadono cose. Le nuove tecnologie non si presentano come strumenti, ma come veri e propri ambienti da abitare. Ora, l’ambiente solitamente non è messo a tema, è un mondo le cui regole diamo per scontate, ovvie, finiamo per considerarle neutrali. L’ambiente digitale, invece, neutrale non lo è affatto: viene addomesticato pazientemente affinché risponda alle esigenze dell’utente. Profilandoci, ci fa incontrare soprattutto due generi di interlocutori: quelli che sono d’accordo con noi e quelli che sono così in disaccordo da rafforzare le nostre convinzioni. L’algoritmo delle intelligenze artificiali, poi, è progettato in modo da dare tendenzialmente ragione all’interlocutore umano. Questo invisibile addomesticamento del mondo rischia di rendere endemica la pretesa che il mondo ci corrisponda e di far sorgere la paura di fronte a qualsiasi dissenso. La realtà, invece, contiene sempre conflitti e abitarla è un tutt’uno con la cura per il suo carattere sempre divergente.
Ma è il senso di fiducia che, mi sembra, ne esca più vulnerato. La trasmissione del sapere nella forma più classica prevede sempre un interlocutore, un maestro, un insegnante nei confronti del quale la fiducia può crescere o essere frustrata. Imparare significa anche imparare a fidarsi, imparare a distinguere le voci affidabili da quelle equivoche e ambigue. Le notizie che provengono dai social media e le ricerche fatte con l’intelligenza artificiale non hanno voce: si presentano come realtà oggettive. Vi si può solo credere ciecamente o sospettare per partito preso, ma ciò non ha nulla a che fare con la fiducia. Mi ha colpito quanto scriveva Beatrice Gatteschi due settimane fa (qui) a proposito della cura condivisa nei villaggi africani per i più piccoli: la fiducia si costruisce sulla base di pratiche e di esperienze che non possono essere sostituite e l’intelligenza si sviluppa solo quando il mondo attorno ci appare degno di fiducia. Non è certo un caso che il tema di quest’anno, in Accademia, è proprio la voce, una realtà che non riguarda tanto i contenuti, ma la pratica della condivisione del sapere.
Parlare dei neurodiritti, in particolare nell’età evolutiva, è importantissimo. A patto, però, che si riesca ad ampliare il discorso e si riconosca che la mente richiede la tutela di diritti molto complessi.
Proprio mentre sto scrivendo, sui social di migliaia di ragazzi del Nord Italia stanno girando notizie false legate ai disordini delle piazze che annunciano violenze in varie città. Le chat sono state così convincenti che in alcune città i ragazzi non sono andati a scuola per paura. Vere o false, queste notizie hanno raggiunto il loro scopo: hanno creato paura e hanno umiliato la fiducia. Una fiducia che queste stesse tecnologie non sono in alcun modo in grado di generare.
