
PAESAGGIO AFRICANO CON SCUOLA- parte 2
VOCI DALL’OLIMPO — parte 1

Le prime voci cui porgiamo il nostro giovane orecchio accademico sono voci femminili, che risuonano dalle origini della storia dell’uomo, mitiche e pregne del più autentico significato sallustiano dell’aggettivo: “mai furono e sempre sono”, o, in un’altra versione, “mai furono e sempre cambiano”, tanto che le ritroviamo oggi vive e vegete nella nostra quotidianità, al passo con i tempi, più agguerrite che mai.
Si tratta di Eco e di Fama e di loro dipinge un magnifico ritratto Ovidio nelle Metamorfosi.
Ovidio: poeta dalla sensibilità finissima che, giunto a Roma dalla provincia, dopo aver perfezionato i suoi studi ad Atene e aver viaggiato in Oriente e in Egitto affinando la sua cultura, trascorse lunghi anni a Roma, quando la capitale, chiuse le porte del tempio di Giano, visse un lungo periodo di prosperità e pace: la pax romana, che si realizzò sotto l’impero di Ottaviano Augusto, a cavallo fra il primo secolo avanti e il primo secolo dopo Cristo. Caput mundi, Roma aveva assimilato e fondeva in una fortunata miscela il meglio delle culture occidentale e orientale: di quel mondo finalmente privo di armi e di sangue, dedito al bello e al buono, Ovidio divenne esponente di grande rilievo. Avviato alla carriera forense e politica, cedette presto al richiamo imperioso dell’otium: troppo forte era in lui la passione per l’attività letteraria e l’innata predisposizione alla parola poetica che sgorgava naturalmente dal suo animo e dalla sua mente, portandolo rapidamente ai vertici della élite culturale del momento. Con genuino candore, scrisse: «Questa è l’età adatta ai miei costumi! Sono felice di essere vissuto a Roma nel secolo veramente dell’oro, dell’opulenza e del lusso». Dotato di una sorprendente fantasia, di una straordinaria proprietà di linguaggio e di una facilità incantevole nel parlare e nello scrivere; desideroso di divertirsi e di divertire, disse: «la poesia spontaneamente si disponeva nei giusti ritmi e qualunque cosa io volessi scrivere, mi veniva in versi». Improvvisamente la dolce vita di Ovidio fu bruscamente e definitivamente interrotta da un editto imperiale che, nell’8 d.C., dall’oggi al domani, lo condannò all’esilio in terra remota e barbara: a Tomi – oggi Costanza, città rumena sul Mar Nero – Ovidio passò anni di dolore estremo e lì morì nell’anno 18. Mai gli storici sono giunti a una conclusione concorde sulle ragioni di questa irrevocabile punizione: probabilmente fu protagonista o involontario testimone in uno scandalo che travolse la famiglia imperiale, ma poco importa, onestamente… Certo la biografia di Ovidio segnò l’evoluzione della sua produzione letteraria che si può comodamente dividere in tre periodi: le opere giovanili o amorose con Amores, Ars amatoria, Heroides dal contenuto chiaramente amoroso, fra cui occupa un posto privilegiato nel mio cuore la terza opera, una raccolta di lettere di protagoniste della mitologia e della letteratura ai loro amati: Andromaca scrive a Ettore, Penelope a Ulisse, Didone a Enea, Medea a Giasone e la sensibilità con cui è descritto l’animo femminile sofferente è veramente meravigliosa e sorprendente. Ci sono poi le opere della maturità: Metamorfosi e Fasti e, infine, le opere dell’esilio: Tristia e Epistulae ex Ponto, dai toni struggenti e malinconici per la vita perduta. Certo sono i quindici libri di Metamorfosi l’opera più famosa di Ovidio, bella e grandiosa in sé ma anche per il grande influsso che ebbe su tanta letteratura occidentale, prima di tutto certamente, sulla Divina Commedia che al poema attinge a larghe mani. C’è un legame fortissimo fra Dante e Ovidio, un affetto sincero, ammirazione e rivalità persino; certo, una sintonia profonda nel dolore dell’esilio…
Le Metamorfosi sono un poema in esametri lungo quindici libri, che raccontano l’evoluzione dal caos primordiale alla pace romana, narrando secoli di umanità, dove una trasformazione si intreccia a un’altra, essendone causa o effetto, disegnando una raffinata e immensa tela di fili dai colori bellissimi intrecciati fra loro. Metamorfosi è parola greca formata dalla preposizione μετα meta che indicè, fra l’altro, «dopo, al di là» e il sostantivo μορϕή morfé «forma», a significare la trasformazione di un essere umano in animale, pianta, statua o altro, adatta a raccontare l’origine delle cose e degli esseri attuali da una forma anteriore.
I ragazzi conoscono i due esempi canonici con cui a scuola si impara cosa sia una metamorfosi: quella del bruco in farfalla e quella del girino in rana e con più fatica pensano che anche ognuno di loro, ogni essere umano, è soggetto a una bellissima metamorfosi, se non fisica, certo interiore e spirituale nel corso della sua esistenza.
Un giorno Narciso, il bellissimo giovane che si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua, è sorpreso da
una ninfa dalla voce sonora (vocalis nymphe), che non sapeva parlare per prima e ripeteva ciò che ascoltava.
Si chiamava Eco, la risuonante. Aveva un corpo allora, non era solo voce ma, per quanto fosse loquace, usava la sua bocca non altrimenti che per replicare le ultime parole di quello che udiva. La causa era Giunone.
Siamo nel terzo libro della grande opera che, come i nove seguenti, racconta l’età dei semidei e degli dèi, e delle loro passioni per gli esseri umani. Giove il mascalzone, lo consociamo, passa il tempo a tradire la povera moglie Giunone con qualsiasi essere femminile gli si pari davanti. Lo fa ripetutamente anche con le ninfe, fra le quali, questa poveretta Eco – forse pure bruttina, dal momento che non sembra godere dell’attenzione del dio – per salvare le sorelle dall’ira della regina, sovrasta i versetti e le risatine gaudenti di queste, rintronando Giunone con discorsi vacui, incessanti, irruenti come cascate impetuose. A voce alta, pure.
Ma la dea se ne accorge e non esita a punire l’improvvida ninfa:
della lingua che mi ha ingannato tu potrai disporre molto poco: farai della tua voce un uso misero.
Ed è così che Eco può parlare solo quando qualcun altro finisce di parlare, ripetendo le sue ultime parole: niente di suo più, niente di originale, niente di nuovo, niente di indimenticabile… Quanta poesia, quanta struggente umanità rispetto al presentare eco come fenomeno acustico e fisico che si verifica quando un’onda sonora, incontrando un ostacolo sulla sua traiettoria eccetera, eccetera…
Eco si consuma, le sue ossa diventano pietre, di lei rimane solo un suono flebile e evanescente che non fa nessuna differenza nel mondo.
Cosa è Eco nella vita di noi umani del XXI secolo? Forse non è più neanche suono, perché tutto ormai si digita vorticosamente con due pollici su una testiera; Eco è la fastidiosa e odiosa e noiosa omologazione dell’espressione, scritta o orale non ha importanza. Facciamo un esempio e i ragazzi sbalordiscono: siamo festaioli in Piccioletta barca e così, quando un ragazzo compie gli anni, gli scriviamo un messaggio di auguri sul gruppo WhatsApp: ogni volta pensiamo a una immagine o a parole diverse che facciano risuonare qualche particolare della personalità del ragazzo stesso. Il messaggio, un po’ inevitabilmente, si conclude con gli auguri ed ecco che l’onda viene riflessa e torna indietro: “auguri”, aggiunge un secondo ragazzo, “auguri”, il terzo, auguri, il quarto, il quinto, il ventesimo, finché tutto svanisce in un indistinto …guri, …uri, …ri, …i, in una catena sempre più vuota dove il festeggiato certamente non bada neanche più a chi si aggiunge. Non sarebbe simpatico e coraggioso un piccolo socio che interrompesse l’eco, osando un messaggio tutto suo: “un abbraccio vecchio mio, goditi questa giornata di festa!”, per esempio? Lo stesso accade quando si invia un documento, si ricorda un appuntamento o un evento e parte la catena dei grazie!, grazie! …azie! O, ancora, quando in un gruppo, viene chiesta l’opinione riguardo a un tema, c’è chi, coraggioso, prende parola e dice un pensiero; accade che una seconda persona, interpellata, risponda che voleva proprio dire la stessa cosa: “anch’io”, dice il secondo, anch’io, il terzo, anch’io, risuona Eco…
Eco ripete perché è condannata a non dire più nulla di suo; quando aveva una voce bella e unica da far risuonare sull’Olimpo, l’ha usata scioccamente, ne ha fatto parole vane, ingannevoli e dannose pure… la punizione è stata implacabile e l’ha ridotta a un mucchietto di ossa polverose che emettono flebili desinenze; nessuno le bada, ha perso il diritto di parlare. Abbiamo una voce, orale o scritta, poco importa: usiamola per esprimere la ricchezza del nostro cuore e della nostra mente, per distinguerci, per pronunciare parole memorabili, per far crescere quella fama di bene e di bello di cui di cui il mondo intero, di cui ognuno di noi ha diritto di godere… ma di fama ci parleranno altri versi memorabili… (continua)
