
ASCOLTO CHE VOCE HAI E TI DIRÒ CHI SEI…

VOCI DALL’OLIMPO — parte 1
PAESAGGIO AFRICANO CON SCUOLA- parte 2

Lasciato alle spalle l’impegnativo tragitto, eccoci di nuovo al villaggio, dove c’è anche la scuola ed è la scuola che, più di ogni altra cosa come sempre, mi coinvolge e mi appassiona! Ne ho visitate molte, sia nella capitale, sia nel dipartimento di Kouibly, composto da cinquantotto villaggi. La struttura è identica ovunque, in città un poco più funzionale e moderna forse, ma poco…
Nel villaggio dove vivo, al di là della strada principale, c’è uno spiazzo enorme di terra ocra e di erba, con due grandi alberi ombrosi che mostrano in superficie un labirinto di radici possenti, su cui ci si siede comodamente al riparo dal sol leone (in città, là dove non ci sono alberi, c’è un piedistallo su cui sventola la bandiera ivoriana)
Lo spazio è occupato su due lati da due edifici bassi e lunghi di colore giallo, rialzati di cinque gradini rispetto al suolo e posati su una grande piattaforma in cemento: su questa si affacciano direttamente le aule, cinque per ogni edificio. In ogni aula, file di banchi di legno, ognuno con la sua panchetta incorporata (solo nei vecchi telefilm o nei musei etnografici li avevo visti così ed è una emozione commovente!), due grandi lavagne nere riempite di parole di gessetto bianco, che si cancellano con una spugna imbevuta d’acqua nell’immancabile secchio. Non ci sono finestre, ma file di piccoli buchi quadrati sui due lati lunghi e non c’è luce elettrica… troppa poca luce per i bambini che devono leggere e scrivere!
Al nostro villaggio ci sono solo le sei classi delle elementari (il sistema scolastico è quello francese); per proseguire, i bambini si spostano nel villaggio vicino, percorrendo tutta la strada a piedi. Le lezioni cominciano alle 7 e terminano alle 18, con una pausa pranzo di due ore, da mezzogiorno alle due. C’era una mensa tempo fa, che facilitava molto la vita degli alunni, ma è crollata perché non aveva le fondamenta… ora i bambini devono tornare nelle loro case o raggiungere i genitori nei campi lontani. Al villaggio c’è un direttore della scuola con cui mi intrattengo a lungo: risponde alle mie domande, ma è in carica solo da due anni, ha studiato economia e sinceramente non mi pare animato da una struggente passione educativa… I maestri sono quattro in tutto e così lui e un collega tengono due classi insieme: nel suo caso, la prima e la seconda, con ventuno e ventitré piccoli rispettivamente. I bambini delle tre prime classi hanno un libro per ciascuno, fornito dal governo; dalla quarta in poi, il libro è appannaggio esclusivo del maestro…
Si studiano francese, lingua franca del Paese (a casa e fino all’età scolare, i bambini parlano la lingua locale, che differisce da una zona del paese all’altra, al punto da non consentire la comprensione reciproca; sono più di settanta!), matematica e scienze, storia e geografia, educazione civica e si fa pure ginnastica! La geografia è quella africana, così come la storia comincia con l’introduzione dei popoli e delle tribù africane per poi passare ad “altro”: su questo “altro” e sui programmi in generale, il direttore risponde in modo evasivo, non avendo forse tantissima voglia di parlare con me, mentre io scoppio dal bisogno di chiedere e di sapere e ho mille domande in gola… Ogni mese c’è una valutazione, con voti che vanno da zero a dieci… Per fortuna, il 70% circa dei bambini prosegue il percorso al collège, pur tanto distante.
Al centro dello spiazzo erboso, una specie di ceppo in ferro, percosso da una sbarra anch’essa in ferro, funge da gioiosa campanella e da richiamo per tutte le attività dei bambini che, al suo suono, si precipitano da mille direzioni diverse. È una emozione e una gioia infinita entrare in classe: i bambini si alzano e salutano e cantano. La maggior parte di loro indossa una sorta di divisa con disegni blu e turchini su fondo bianco, bellissima: le bambine, in forma di abitino lungo, i bambini con giacca e pantaloni fino al ginocchio.
Una mattina mi affidano i grandi di dieci e undici anni e per due ore sto con loro, rintracciando nella memoria a lungo termine tutto il francese che ho studiato e che miracolosamente torna alle labbra, e capisco e mi faccio capire; racconto del nostro lungo viaggio, disegno l’Africa e l’Italia, separate dal mare nostrum; insegno i saluti in italiano e poi i numeri fino a dieci, escogitando un gioco che li coinvolge e li fa tanto ridere. Sono attenti e bellissimi; quando ridono con quei dentini bianchi come perle, danno gioia profonda al cuore!
Individuo facilmente i più vivaci e di mente veloce, i più pigri, la bambina che si preoccupa che tutti stiano in silenzio e si alza a rimproverare i compagni, volendomi essere d’aiuto. Chiedo se non abbiano un quaderno e allora qualcuno si alza e raggiunge un armadio un po’ precario dove sono impilati quaderni, alcuni dei quali tradiscono subito la loro natura di dono giunto da lontano in tempi remoti: la quadrettatura, infatti, è particolare e ricorda i vecchi quaderni per la contabilità…
Una bambina, silenziosa e schiva, copia perfettamente la serie dei numeri, scrivendoli sia in francese che in italiano, con due colori differenti, con molta cura e ordine; ha ricopiato anche i saluti e perfino il mio primordiale ritratto geografico dell’Italia e dell’Africa. La perdo di vista nella confusione di fine lezione, ma la ritrovo poi fuori al momento dei giochi, accanto a un signore che viene a stringermi la mano; gli faccio molti complimenti, raccomandandogli attenzione al talento di questa bambina. Mi racconta che è sua nipote e che ha perso entrambe i genitori già da qualche anno: ama tanto la scuola e vorrebbe sempre starci di più. Inutile dire che vorrei impacchettarla e portarmela in Piccioletta barca: lei come altri ragazzini, negli occhi dei quali colgo i lampi della curiosità e della voglia di fare! Ma sarebbe così sbagliato spostare questi bambini: sono liberi lì al loro villaggio, giocano e godono la cura di una comunità educante – l’ho già detto: è la prima volta che ne ho sentore autentico! – che noi abbiamo perso da un cinquantennio almeno! “Ogni bambino è figlio del villaggio”, è sensazione che accomuna tutti noi europei che abbiamo conosciuto un pezzetto di Africa: hanno tutto quello che occorre per essere bambini felici e niente di quel famigerato superfluo che finisce con riempirli di certificazioni e li spedisce a dieci anni dallo psicologo! Giocano a palla, giocano con il cerchio e il bastone, imparano e si entusiasmano quando li coinvolgiamo e insegniamo loro a giocare a “bandiera”, a “pugno”, alla “corsa a tre gambe”; ridono e si impegnano con tutta la loro energia: che è tantissima in quei corpicini naturalmente ben fatti, tonici, possenti. Le gambe corrono su quei piccoli piedi nudi, con un’eleganza e una disinvoltura che i nostri “bambini-mille-sport-e-niente-aria-aperta” si sognano…
No, non hanno proprio nulla da invidiare ai bambini europei o, tanto meno, americani: vivono semplicemente, come ogni bambino avrebbe diritto di fare.
Certo, non porterò questi bambini con me alla Piccioletta barca, ma sogno già di portare la Piccioletta barca al villaggio: da metà giugno a metà agosto, in tante scuole della capitale e in tanti di questi remoti villaggi, c’è la scuola estiva, che tiene impegnati bambini e ragazzi nei tre lunghi mesi di vacanze con corsi di recupero o di preparazione all’anno successivo. I nostri “grandi” non mi hanno forse aiutata a giugno a dare vita al nostro strepitoso centro estivo per i piccoli, il mitico spoe? Qualche anno in più, qualche vaccinazione, un po’ di francese, un po’ di coraggio e tanto amore e poi… via a disegnare un nuovo paesaggio africano con barchetta!
