
PAESAGGIO AFRICANO CON SCUOLA
ASCOLTO CHE VOCE HAI E TI DIRÒ CHI SEI…

Molte cose incominciano con un gioco; secondo un racconto biblico, per gioco Dio creò il mondo. Nel nostro piccolo, da alcuni anni proprio con un gioco comincia il nostro percorso di Accademia. Forse anche perché cerchiamo di ritrovare il significato più antico di fare scuola: scholé, in greco, significa tempo libero, riposo. La scuola per gli antichi era il tempo dell’otium, di un lavoro svolto non per necessità, ma per passione, non per un obbligo, ma per una libera scelta, proprio come un gioco. Chissà cosa resta di questa antica intuizione nella nostra scuola moderna, che sembra ormai costruita per preparare bravi lavoratori, bravi impiegati, più che uomini e donne liberi.
Le lamentele nei confronti della scuola, in fondo, vanno sempre nella stessa direzione: non serve a niente. I ragazzi sbuffano sull’inutilità di alcune materie (che dire del latino o del greco) e gli adulti li seguono (o forse li precedono), pretendendo una formazione che possa assicurare un buon futuro, una buona carriera. In una simile cornice, il nostro lavoro sembra davvero poco sostenibile: a che servono i classici, le grandi opere dello spirito umano, se lo scopo è produrre adulti efficienti e pronti per attraversare i tempi moderni? Moderno, d’altra parte, nasce dall’avverbio latino modo, che significa adesso, subito, proprio ora, richiama il presente, le sue urgenze, le sue necessità.
Il fatto è che quella del moderno è anche una schiavitù: concentrati sull’ora, sull’emergenza, sulla pressione del presente, finiamo per funzionare, più che vivere. Ciò che preme sul presente diventa l’unico orizzonte e diventiamo a tutti gli effetti degli impiegati della vita: risolviamo problemi. Per capire i classici bisogna percepire l’urgenza di un passo indietro rispetto al moderno, all’impellenza del modo, dell’istante: un passo indietro che non è disimpegno, ma ricerca delle ragioni più profonde dell’impegno. Bisogna, insomma, provare a uscire dalla logica dell’utile, bisogna tornare alla scholé, alla passione per la cultura, per la sua inoperosità, per la sua gratuita coltivazione.
Giochiamo, dunque, non per attirare i ragazzi, né per divertirli, ma per provare a sottrarli subito, dal primo istante, dalle catene del necessario. E poi, certo, anche per indovinare la parola dell’anno, quella alla quale ‘inutilmente’ dedicheremo tutti i nostri sabati e molto altro.
Il gioco è questo: dopo avere diviso i ragazzi in tre squadre che si affronteranno nell’agone ludico, riproduciamo per alcuni secondi le registrazioni di dieci discorsi diversi. Sebbene alcuni siano storici, la maggior parte è in lingue che i ragazzi non conoscono, così che non ne possano comprendere appieno il contenuto. Ogni squadra deve indovinare il più possibile chi stia parlando o quantomeno quale sia il contesto. Con differenze minime (che consegneranno a una delle tre squadre la vittoria), tutti riescono a indovinare piuttosto bene di cosa si tratti. Ascoltando «I have a dream» di Martin Luther King intuiscono che si tratta di un politico e una squadra, chissà come, sostiene che si tratti di un politico buono. Più complesso è il discorso del Grande dittatore di Chaplin, pronunciato in una lingua che assomiglia al tedesco, ma in realtà non esiste: quasi tutte le squadre cadono nel tranello e pensano si tratti di Hitler. La telecronaca di una partita di calcio, seppure in lingua araba, è riconosciuta da tutti. Più difficile azzeccare che il conto alla rovescia ascoltato è la storica diretta dell’allunaggio del 1969. Neruda che legge una sua poesia è identificato con facilità (una poesia o una fiaba, azzardano); l’audio di uno spettacolo di Franca Valeri è associato a una pièce teatrale comica; l’incipit disneyano di Beauty and the Beast richiama a tutti le frequenze di una fiaba. Più complessi gli ultimi due audio, entrambi in inglese: una parte del film Up! con voci di tanti personaggi e il discorso di Marie Curie in occasione della consegna del premio Nobel.
Come accade che, nonostante non potessero decifrare la lingua, i ragazzi abbiano potuto comprendere perfettamente il contesto e una parte del contenuto? Dove sta il mistero di una simile rivelazione? Lo chiediamo a loro, dopo avere svelato il risultato.
Qualcuno dice che di avere riconosciuto i sentimenti di chi parlava (l’entusiasmo, l’incanto, la comicità), qualcun altro ha tratto gli indizi da alcuni rumori di fondo. Ma è chiaro che il luogo in cui tutto ciò è emerso ha un nome ben preciso: è la voce.
Eccola lì, la parola dell’anno: VOCE. Che viene dal latino, ovviamente: vox e che è molto simile a un’altra parola, questa volta greca: phoné. Per gioco, proviamo a elencare le parole che conosciamo che contengono l’una e l’altra. Vocabolario, vocalizzo sono le prime che emergono; ma ci sono anche verbi importanti come convocare, invocare, evocare, provocare e equivocare. Più deludenti sono i termini che provengono da phoné: tutti molto tecnici come microfono, fonetica, megafono, fonico. Il confronto è già un indizio: in voce c’è più del semplice suono. C’è una chiamata, una risonanza interiore, un’intonazione personale, la stessa che risuona in una parola molto solenne: vocazione.
Il percorso di quest’anno, i ragazzi lo intuiscono subito, toccherà temi importanti: ci chiederà di ascoltare, di distinguere bene il timbro e il tono delle voci che incontreremo; forse ci insegnerà anche a far sentire la nostra voce e persino, chissà, a dare voce a chi non ce l’ha.
