
NIENTE DI NUOVO, NIENTE DI DIVERSO

ASCOLTO CHE VOCE HAI E TI DIRÒ CHI SEI…
PAESAGGIO AFRICANO CON SCUOLA

C’è una scena davvero straordinaria nel capolavoro Disney, Mary Poppins: davanti al cancello del parco, Bert, l’eclettico spazzacamino amico della magica baby sitter, con una manciata di gessetti colorati, disegna sul selciato una serie di paesaggi: “la spiaggia”, con il sole tondo e giallo, il mare pieno di ondine che sembrano una catena di sorrisi e il bagnasciuga, dove un uomo in un buffo costume da bagno a righe bianche e rosse tiene per mano la sua signora e insieme guardano compiaciuti il piccolo con il suo secchiellino; “gita in barca sul Tamigi”, con una lunga barchetta su cui una gentildonna con ombrellino scambia uno sguardo d’intesa con l’amato che, anch’egli in giacca a righe bianche e rosse, con gesto atletico, punta una lunga pertica sul fondo; “il circo”, dove due ragazzini a naso in su ammirano l’artista che su una grande ruota, con l’aiuto di un lungo bilanciere, pedala in bilico su una fune sospesa… e poi, la mitica “campagna inglese”: un idilliaco scenario naturale con un prato verdissimo, un ruscello limpido, salici piangenti, un ponticello di legno e delle colline in lontananza. È in questo paesaggio che Jane e Michael salteranno, tenendo per mano la loro dolce e severa istitutrice e il suo geniale amico.
Ho sempre amato quella sequenza del film e quei disegni, così semplici e insieme così dettagliati, mi hanno sempre fatto sognare: sono disegni di bambini. “Disegna un paesaggio di campagna; disegna una barchetta sul fiume, un circo…” diceva la maestra delle elementari e tu lo facevi proprio così, con quei colori e quelle forme ed era semplice e bello entrarci con la fantasia e diventarne parte.
Mai avrei immaginato, grande come sono, di vivere questa esperienza magica: saltare dentro un villaggio africano! Un villaggio uguale a quello che avrei disegnato da bambina, identico a quello che ogni bambino, anche oggi credo, disegnerebbe dopo avere ascoltato favole sull’Africa misteriosa…
Ci sono strade di terra rossa su cui razzolano galline seguite da un’infinità di pulcini, capre di piccola taglia circondate dai loro capretti e persino maiali rosa o neri con due o tre maialini alle calcagna, qualche cane magro e alquanto spelacchiato; ci sono capanne circolari con il tetto di paglia e, più numerose, ampie strutture aperte sostenute da pali e coperte da tetti spioventi di canne intrecciate, sotto le quali si vive la vita: due o tre donne sedute su sedie di plastica scolorite o direttamente a terra su piccoli tappeti vegliano un grande pentolone che bolle su un fuoco alimentato da ceppi di legna ben ordinati; vassoi o stuoie su cui stanno a seccare chicchi di caffè o cacao, mastelli di legno in cui con un possente paletto e gesto antico si batte il riso o la manioca; abiti di mille colori, freschi di bucato, stesi ad asciugare sui tetti o appesi a fili tirati da un albero all’altro; ci sono poi case di mattoni, fatti di terra e paglia impastate, e casette in muratura con tetti di lamiera o ondolux: alcune hanno una veranda con delle panche, sotto le quali la capra dorme e l’anziana di famiglia siede scrutando il movimento. Fra queste, c’è la casa del capo, le chef du village: non è più grande o più importante delle altre: sulla sua veranda c’è un tavolo con un seggiolone con lo schienale alto, che ricorda vagamente un trono. È una figura affascinante il capo villaggio: arrivando, bisogna andare a omaggiarlo, rito che consiste nel disporsi in fila indiana per arrivare a stringergli la mano con un inchino della testa; non si alza, lui, ricambia semplicemente il saluto con un sorriso ma, da quel momento, chiunque si trovi al villaggio è sotto la sua protezione: è la prima volta che sperimento la bellezza di una comunità che davvero si occupa di tutti, adulti e bambini; noi diventiamo oggetto di grandissima cura da parte di tutti, anche di chi non conosciamo e una sera, durante una grande festa danzante, sono immediati gli interventi a protezione mia e di mia figlia dalle attenzioni di qualcuno che ha bevuto decisamente un po’ troppo… Due ragazzini litigano, arriva qualcuno a separarli; un piccolo cade, arriva qualcuno a rialzarlo.
Ogni villaggio – ma anche ogni quartiere di ogni municipio della immensa capitale – ha il suo capo villaggio: sono generalmente uomini anziani, eletti da un consiglio, che sovrintendono a tutti gli affari della comunità e fungono da intermediari fra il cittadino e il governo. Ne ho conosciuti molti, uno quasi centenario sprofondato nel suo seggiolone, in un elegantissimo abito tradizionale giallo oro, scalzo e con un sofisticato cappello Panama calato sulla testa di capelli bianchi candidi…
E poi c’è il pozzo, ce ne sono molti: non hanno una struttura intorno (come forse li avrei disegnati io erroneamente) ma sono degli ampi buchi circolari e profondissimi; un recipiente nero, una ampia tasca gommosa, viene calata con un lunghissimo nastro, anch’esso nero e resistente, e torna su gonfio e strabordante a riempire grandi secchi di plastica che le donne, con assoluta nonchalance si caricano sulla testa e con un’andatura sinuosa, degna di una top model, portano fino alla casa. Enormi barili di plastica con il coperchio sono la scorta d’acqua per la giornata: da quelli si attinge per riempire i secchi che servono in bagno e in cucina: dai secchi, poi, si attinge con un piccolo secchiello per rovesciarsi l’acqua addosso o riempire le pentole… una filiera che va dal pozzo al “lavandino”, dove il rubinetto silenzioso è un elemento assolutamente accessorio. Sulla collina poco fuori, a dire il vero, c’è una moderna torre dell’acqua, dono dell’Unione europea, che dovrebbe pompare l’acqua almeno là dove arrivano le tubazioni; ma non funziona da un po’ e al momento nessuno pare in grado di sistemarla.
E poi, bambini, bambini e bambine ovunque, bambini di ogni età: neonati che dormono accoccolati dentro grandi panni colorati, saldamente legati sulla schiena della loro mamma (ne chiederò uno ‘in prestito’, per provare la magia di questa usanza femminile che trovo di una dolcezza infinita… e sarà un momento di grandissima emozione!), e via via, bambini più grandicelli, ragazzini, adolescenti: il loro numero lascia gioiosamente stupefatti chi, come me, abita il paese più anziano d’Europa, dove di bambini non ce ne sono proprio più… Corrono e giocano i bambini, con le loro ciabattine fatiscenti e, molto più spesso a piedi nudi. La testa delle bambine è coperta di treccine o codini nerissimi su cui brillano perline colorate di ogni foggia e misura, in acconciature sofisticate e bellissime. Siamo la loro grandissima attrazione, il loro insolito divertimento: ci guardano con quegli occhioni scuri gonfi di stupore, misto a curiosità e a una briciola di timore: di bianchi non ne hanno mai visti al villaggio, forse qualcuno sui telefonini degli adulti, che ahimè hanno già fatto irruzione in un disegno che nulla ha a che fare con loro…
Impareranno presto a conoscerci, i bambini, insegneremo loro a dire “ciao”, ci prenderanno per mano e verranno in braccio e molto presto si instaurerà un legame importante e nutrientissimo.
Saltare dentro a questo quadretto ivoriano non è stato proprio semplice come è accaduto a Jane e Michael… proprio no! Da Abidjan, un pullman ci ha portati alla città di Man, a nord ovest della capitale. Ci era stato presentato come lungo ma comodo viaggio in “autostrada”, sette ore… che sono diventate undici, e hanno rappresentato ciò che personalmente trovo più vicino al contrappasso che mi punirebbe nel girone infernale a me riservato: copioso ritardo in partenza, soste continue su uno stradone che non è certamente un’autostrada, sporcizia e odori di ogni genere, ma soprattutto un rumore allucinante, fatto di musica ossessiva ad altissimo volume, corredata da pianto di bambini dai polmoni evidentemente d’acciaio considerata la durata in ore… e un promotore commerciale che dopo avere urlato che siamo tutti malati per il cibo che mangiamo, propone rimedi magici formato pillola. Chiedo e mi spiegano che si usa molto: pagati da una società, percorrono tratti lunghissimi di strada e scendono quando qualcuno ha comprato qualcosa… qualche scarafaggino fa la sua lieta comparsa per rendere il tutto più pittoresco…
A Man, chiaramente già alquanto provati, abbiamo noleggiato un grande fuoristrada con autista, che ci ha guidati con energica perizia fino al villaggio: a 5 Km dalla grande città, la strada asfaltata si interrompe e comincia una impervia strada in terra rossa, con buche e dossi che mutano forma e profondità di pioggia in pioggia: 40 km richiedono più di tre ore, con buona pace di stomaci e schiene…
E va bene, niente saltino magico, niente teletrasporto, ma il risultato alla fine è stato gioiosamente avventuroso e stupefacente quanto la giostra con i cavalli volanti di Mary Poppins!
(continua…)
