
FREEDOM WRITERS E LA CULTURA CHE NON FA SPETTACOLO
NIENTE DI NUOVO, NIENTE DI DIVERSO

La Storia che Emma e Samuele ci hanno raccontato riguardo alla propaganda e la vita in trincea dei soldati italiani diventa, nella presentazione di Isabel e Matilde, la storia di Paul Bӓumer e dei suoi compagni di scuola, narrata da Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, pietra miliare della letteratura bellica: una scrittura che, al pari di poche altre, proprio come una baionetta conficcata veementemente nell’anima del nemico, toglie il fiato.
Fronte orientale, fronte occidentale: è come cambiare il verso a una fotografia scattata con il telefono; si capovolge: chi era a destra passa a sinistra e chi era a sinistra passa a destra e tutto il resto è immutato, lo scenario non cambia, né cambiano le posture dei soggetti, l’espressione dei volti, il loro spirito. L’inganno è il medesimo da qualsiasi parte lo si prenda e il libro di Remarque lo afferma con lucidità assoluta.
Sono molto brave le nostre giovani socie: la loro presentazione, nettamente superiore alle nostre per veste grafica e tecnologica, riprende il consueto modo di porgere un libro alla platea, partendo dal contesto creativo e dall’autore, per poi introdurre i personaggi, la trama, pagine scelte e loro interpretazione, alla luce della parola dell’anno.
Erich Maria Remarque – il cui secondo nome non era in realtà Maria, ma Paul come il protagonista –, nato in Bassa Sassonia nel 1898, a diciotto anni entrò nell’esercito imperiale tedesco, reclutato insieme alla sua classe di leva. Che si dica che si arruolò volontario è sovrapposizione alla vicenda del protagonista del libro. Dopo un duro addestramento, nel ’17 fu destinato al Fronte della Francia nordoccidentale a Verdun, dove la battaglia delle Fiandre fu uno degli episodi più duri della guerra, nel periodo in cui essa fu ancora guerra di movimento e non logorante guerra di posizione. Gravemente ferito, rimase fermo per più di un anno, occupando la lunga e delicata convalescenza con lavori di ufficio in ospedale. All’inizio di novembre del ‘18 fu giudicato nuovamente idoneo per il servizio al fronte che però, volgendo il conflitto al termine, fu presto smobilitato. Remarque venne congedato nel gennaio del ’19.
È evidente quindi che la storia di Paul e dei suoi compagni è la storia di Remarque, che già nel 1927 comincia a scrivere questo romanzo-confessione.
«Soffrivo di continue depressioni. Nel tentativo di superarle, cercavo di scoprirne la causa e quest’analisi mi condusse all’esperienza di guerra. Le ombre della guerra gravavano su tutti noi, sebbene non ne fossimo consapevoli. Quando me ne resi conto, iniziai a scrivere di getto». In sole sei settimane il libro fu completato, ma passarono due anni prima che venisse accolto, a puntate, dalla rivista Vossische Zeitung e pubblicato poi in volume completo. Non fu certo gradito in Germania il romanzo così spiccatamente antimilitarista, e Remarque fu accusato di disfattismo e antipatriottismo; i nazionalsocialisti lo accusarono di essere ebreo e di non avere mai combattuto al fronte. Nel 1930 il libro era già un film di successo, proiettato per la prima volta a Berlino. Intervenne subito la censura che lo vietò, per poi bruciare al rogo nel 1933 i libri di Remarque come quelli degli altri “scrittori degenerati”; nel 1938 gli fu tolta la cittadinanza tedesca. Passò in Francia, negli Stati Uniti infine in Svizzera dove morì nel 1970, dopo avere scritto altri libri bellissimi.
Eppure, Remarque non intese condannare, né sfogare il suo rancore: lo esplicita chiaramente nell’incipit del romanzo: «Questo libro non vuole essere né un’accusa né una confessione. Vuole soltanto tentare di raccontare la storia di una generazione la quale — anche se sfuggì alle granate — fu distrutta dalla guerra».
Da qui parte la riflessione delle nostre brave accademiche, che si articola intorno a tre concetti chiave.
Il primo, gioventù di ferro, è un concetto dallo squisito sapore propagandistico, intriso di orgoglio patriottico, nato in Germania al momento dello scoppio della guerra e successivamente diffuso in tutta l’Europa, che idealizzava una generazione forte, mandata a combattere e a sacrificarsi eroicamente per la propria patria. Nel libro, ne è portavoce il professore di educazione fisica Kantorek, ometto severo e vestito di grigio con un muso da topo, il quale nelle sue ore «ci tenne tanti e tanti discorsi, finché finimmo col recarci sotto la sua guida, tutta la classe indrappellata, al Comando di presidio, ad arruolarci come volontari». È il martellante condizionamento etico dei giovani: gli adulti, persino i genitori «avevano la parola vigliacco a portata di mano. (…) ribelli, disertori, vigliacchi, espressioni tutte ch’essi maneggiavano con tanta facilità».
Di questa classe adulta, di queste migliaia di Kantorek, Remarque decreta fin dalle prime pagine, il totale fallimento: «Essi dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell’autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un’idea di maggior prudenza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mando in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro. Essi ci sorpassavano soltanto nelle frasi e nell’astuzia».
La propaganda è astuzia.
Il secondo concetto chiave è proprio quello di finzione: la nostra parola dell’anno è protagonista assoluta del libro. Ogni atto è finto: dall’apparente generosità di un pasto (in cui la Compagnia di Paul riceve lusinghiere razioni di cibo e sigarette, solo perché i ragazzi destinatari della metà di quelle erano morti tutti in un attacco poco prima), all’odio inculcato a forza per un nemico che nella realtà non esiste: un passaggio di struggente realismo racconta la disperazione di Paul dopo avere ucciso un ragazzo francese. Chino sul corpo morto, lo veglia: «Compagno, io non ti volevo uccidere (…) prima tu eri per me solo una idea, una formula di concetti nel mio cervello … io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me (…) non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi. (…) Ma ogni suo respiro mi strappa il cuore. Questo morente ha le ore dalla sua parte, ha un pugnale invisibile con il quale mi colpisce: il tempo e il mio pensiero».
La propaganda è formula.
La terza parola è disillusione. E questa arriva molto presto: «Con i nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, quale ce lo insegnarono i nostri maestri, si realizzasse in una rinunzia della personalità, quale mai non si sarebbe osato imporre alla più umile persona di servizio. (…) ci eravamo figurati diversamente il nostro compito». Apice della disillusione è il rientro a casa per la licenza. Dopo averla a lungo sospirata, Paul ne trae fastidio e dolore: non ha voglia di rispondere alle domande, non ha voglia di ascoltare i pareri, i consigli, le supposizioni di chi a casa legge solo i giornali; non ha voglia di raccogliere le lacrime della madre. Fa di tutto perché la sua camera, i suoi libri, la sua vecchia vita lo riprendano con sé, ma la magia non riesce: «Voglio sentire che il mio posto è qui; e ascoltare questa voce, perché tornando al fronte mi possa essere chiaro che la guerra si sommerge e affoga sotto l’ondata del ritorno; la guerra passa, non ci consuma, ha solo potenza esteriore su di noi. I libri sono uno accanto all’altro. Li riconosco, ricordo l’ordine in cui li ho disposti. Con lo sguardo li supplico: parlatemi – prendetemi con voi – prendimi con te, vita di un tempo- vita spensierata, bella – riprendimi. Scoraggiato. Parole, parole, parole, che non mi raggiungono più. Lentamente ricolloco i libri nello scaffale. È finita. In silenzio esco dalla camera». Torna alla mente, per noi che abbiamo compiuto un lungo cammino, il primo rientro a casa di don Chisciotte quando si accorge che la sua biblioteca è scomparsa: anche all’hidalgo un incantesimo malvagio ha chiuso l’accesso ai suoi libri, quegli stessi che lo avevano spinto fuori e che ora non lo accolgono più. Anche Paul è sottoposto a una forza malvagia che non sa spiegare e che, tuttavia, proprio come accade alla biblioteca di don Chisciotte, ha pur sempre origine nell’umano.
La propaganda è trappola.
Matilde e Isabel non mancano, però, di raccontare dei molti segni di luce che, in questa tenebra, non mancano: è il cameratismo, parola dai tratti sinistri che, però, dice di quella comunione tra soldati che non fa sparire del tutto la loro umanità. L’unica verità che resiste alla finzione propagandistica è questa: il legame umano che nulla può cancellare e che assume di volta in volta una forma inaspettata.
La propaganda non è invincibile.
Anche per questo il nostro anno sarà coronato dalla visita al fronte orientale, sulla linea dell’Isonzo, dove la morte di un ragazzo non rappresentava una novità (niente di nuovo) e dove la finzione era identica (niente di diverso). La vera forza che possiedono questi ragazzi chiamati a combattere è il cameratismo, lo spirito di fratellanza che li unisce rendendoli più forti.
