
NON DI SOLA PAZIENZA…

IL LESSICO DI NATALIA GINZBURG
LA LEGGE E LA PECULIARITÀ PER CUI NOI SIAMO NOI

Dopo soli tredici giorni lontano da Miragno, Mattia Pascal si rimette buono, buono sul treno verso a casa. A dissuaderlo dall’idea di fuggire in America è stata la vista di un giovane giocatore suicida. Fine dell’avventura: con i soldi vinti, riscatterà il podere avito e ricomincerà a vivere, si immagina, più sereno e certo più stimato di prima, proprio in virtù del piccolo capitale racimolato al casinò. Gli scenari che dipinge circa il momento della sua ricomparsa lo inquietano e gli fanno emettere profondi sospiri; non trova requie e per questo compra un giornale nella speranza che la lettura lo faccia addormentare; si assopisce presto infatti, grazie alle soporifere notizie ma poi, improvvisamente lo scossone del treno in arresto a una nuova stazione, lo ridesta indirizzando il suo sguardo su una notizia davvero incredibile: la sua morte, la prima! Un necrologio racconta come nel suo paese, Miragno, sia stato rinvenuto nella gora di un mulino il cadavere in avanzato stato di putrefazione del bibliotecario Mattia Pascal. «Io?… scomparso… riconosciuto…». Nel cielo bigio di Mattia passa una folgore! Lo scossone del treno è dunque lo scossone anche della sua esistenza. Appena il treno effettua una nuova fermata, Pascal balza giù intravedendo «la liberazione, la libertà, una vita nuova!».
Comincia la meticolosa costruzione di una identità nuova: come già il vecchio nobile Alonso Quijano aveva costruito faticosamente il nuovo hidalgo don Chisciotte della Mancha, dedicando alla sola scelta del nome ben otto giorni, così Mattia Pascal lentamente, accogliendo suggestioni di qua e di là, partorisce Adriano Meis:
“a) figlio unico di Paolo Meis, b) nato in America, nell’Argentina c) venuto in Italia di pochi mesi, d) senza memoria né quasi notizia dei genitori, e) cresciuto con il nonno”. Tutto sembra perfetto e i primi mesi della seconda vita di Mattia/Adriano scorrono lieti, fra una città e l’altra; la libertà gli dà alla testa: un paio d’ali! La volontà di curare quella sua libertà da condurre per vie piane e sempre nuove, senza mai farle portare alcuna veste gravosa; «chiuderò gli occhi – dice – e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi si presenterà sgradevole». Riflettiamo molto con i ragazzi sulla percezione della libertà come assenza di difficoltà e impegni noiosi: uno specchietto che abbacina tutti loro facilmente.
Eppure, la semplice vista di un cagnolino che il protagonista vorrebbe comprare da un barbone perché allevii la sua incipiente solitudine e l’impossibilità di farlo, poiché non potrebbe pagare la tassa di registrazione dell’animale, getta un’ombra sulla sua esaltazione.
Sarà proprio la solitudine a metterlo in scacco quando, deciso a fermarsi finalmente in una casa vera a Roma, i legami con il suo prossimo si intensificano fino a quando si troverà a ricambiare l’amore che la giovane Adriana gli mostrerà. Fra i due, inizia una delicata storia che, se appaga pienamente la ragazza, diventa presto insostenibile per lui che, in fondo, non è nessuno, oppure, cosa peggiore, è ancora un uomo sposato. La moglie terribile, infatti, si è liberata di lui, ma non lui di lei! Alimentare la finzione con un susseguirsi di nuove finzioni, grandi e piccole, è mestiere che affatica e umilia, insieme all’angoscia di procurare tanto ingiusto male a una giovane ignara e innocente.
Ecco che arriva il momento della seconda morte: un altro suicidio. Adriano Meis, identificato dal cappello, il bastone e da un biglietto che lascia sul parapetto di un ponte sul Tevere, scompare.
«Io non dovevo uccider me, un morto, io dovevo uccidere quella folle, assurda finzione che m’aveva torturato, straziato per due anni, quell’Adriano Meis, condannato a essere un vile, un bugiardo, un miserabile». E aggiunge come, a ripensarci, gli sembri addirittura inverosimile la leggerezza con cui due anni prima, si era
Come è fragile e volubile l’uomo che costruisce e distrugge con uguale creatività e passione e come è grande Pirandello, che ci rende partecipe di questa tragedia umana, proprio come se fosse toccata a un amico, che ci appassiona, ci commuove, ci interroga. I ragazzi ascoltano con attenzione: come immaginavamo, questo è un libro che non dimenticheranno.
Muore Adriano e riappare contestualmente Mattia, che dal treno non scenderà più, se non a casa. Un’ultima tappa però la destina al fratello, il quale, ripresosi dalla comprensibile meraviglia «Mattia, l’ho sempre detto io, Mattia, matto, matto, matto…!!!», gli svela come sia complicato il suo rientro a casa, dal momento che la moglie, o meglio la vedova, si è risposata e ha una bambina. Deciso a vendicarsi con un coup de theatre, Mattia parte deciso per Miragno ma, quando la ex moglie Romilda, gli mette in braccio la bambina, comprende che questo suo rientro davvero non ha più senso per nessuno. Lascia la casa della famiglia felice, gira per il paese con la speranza di essere riconosciuto, ma nessuno fa caso al suo rientro.
Si rifugia così presso la vecchia biblioteca, dove don Eligio sentenzia: «Fuor dalla legge e di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere».
Ma Mattia Pascal sa bene che lui non era affatto rientrato né nella legge né nelle sue particolarità; trascina così la sua esistenza, in attesa di quella terza e definitiva morte che metta pace alla sua esistenza e di tanto in in tanto, va a fare visita al cimitero alla tomba di quel povero ignoto, morto in vece sua. A chi timidamente gli chiede chi mai sia, risponde «Eh, caro amico…Io sono il fu MATTIA PASCAL».
