
IL LESSICO DI NATALIA GINZBURG
LA FORZA DI CIÒ CHE È COMUNE

Ho sempre pensato alla Festa della Liberazione come a una grande celebrazione della forza dei deboli. Senza nulla togliere al contributo alleato, la liberazione dell’Italia dal nazifascismo fu possibile grazie a un grande movimento civile, che dimostra come, in particolari circostanze non sempre prevedibili, i cittadini e le cittadine oppresse siano in grado di prendere in mano le sorti della storia, di resistere a forze sproporzionatamente più forti e dispotiche. Credo che la vittoria della resistenza e la liberazione dell’Italia siano anzitutto segno di un’energia invisibile ai potenti, imprevedibile, che appartiene alla comunità umana. La resistenza non coinvolse solo i partigiani, ma un’ampia rete di uomini e donne che contribuirono a nasconderli, a sostenerli, a passare loro informazioni, nonostante la presenza pervasiva di una dittatura e di un’invasione feroce.
Questo è un messaggio importante in un tempo come il nostro nel quale, come ha detto qualche giorno fa persino il Papa, «il mondo è sconvolto da una manciata di tiranni» e ci sentiamo tutti impotenti e vulnerabili. Serve a non dimenticare che le energie per fare fronte al dispotismo sono sempre presenti nel corpo sociale. Si tratta, certo, di trovare il modo di attivarle, di metterle in rete, di far sì che non vadano sprecate e questa è la distretta storica che molti paesi nel mondo stanno vivendo: occorre trovare il modo di unire le diverse anime generative di bene che abitano la nostra società per una nuova resistenza civile.
Proprio per questo motivo è stato doloroso assistere agli incidenti della manifestazione del 25 Aprile a Milano e alle polemiche che ne sono seguite. Come è noto, la Brigata ebraica ha partecipato alla manifestazione ed è stata aspramente contestata, fino al punto di essere costretta a lasciare la piazza. Nelle ore successive le accuse sono rimbalzate in tutte le direzioni: l’antisemitismo di alcuni pro-Pal, la provocazione del gruppo che ha esibito bandiere di Israele, degli USA e dell’Iran dello Scià, le autorità che non hanno vigilato sulla struttura del corteo. Si parla persino di una causa legale tra l’ANPI e la Comunità ebraica di Milano. Certo è che questa contrapposizione ha fatto male a tutti, nessuno escluso. Il vero prodigio della resistenza al nazifascismo fu, infatti, la sua pluralità. Le organizzazioni partigiane videro il contributo delle componenti più diverse, persino opposte, della società italiana. Diedero la vita per la liberazione molti comunisti, socialisti, anarchici, ma anche liberali, monarchici, cattolici. Vi furono persino uomini e donne che ripudiavano l’uso delle armi – penso a Giuseppe Dossetti – e che tuttavia riconobbero la necessità di supportare la lotta. La cifra più sorprendente della resistenza italiana fu proprio questa unità di diversi ed è precisamente questo il messaggio più prezioso e, in qualche modo, profetico della Festa della Liberazione. La forza del corpo sociale è misteriosa, ma una cosa la sappiamo: è sempre una forza plurale, perché è la forza stessa dell’essere in comune. In fondo è questo il paradigma di chiunque voglia lottare per la costruzione di ciò che è comune: deve occuparsi di qualche cosa che non gli appartiene, deve difendere ciò che non gli è proprio. Chiunque si impossessa della Festa della Liberazione sta disattivando il suo potere, insomma, perché l’energia dell’umano si attiva quando l’umano smette di occuparsi di se stesso. Anche questa è una lezione per il presente: dobbiamo ricominciare a occuparci di un tempo riguardo al quale non siamo destinati ad avere l’ultima parola.
In Piccioletta barca parliamo sempre, tutti gli anni, del 25 Aprile, perché il senso di una festa nazionale è anche quello di mantenere viva una narrazione: cambieranno le forme, ma non possiamo lasciare che lo scorrere del tempo renda più vago o più evanescente il senso di un’eredità così preziosa. Ma la distanza ci permette di uscire dal significato meramente storico della resistenza (la lotta al fascismo) per andare alla vita quotidiana. C’è un bellissimo racconto di Franz Werfel che narra di un’altra resistenza, quella di un gruppo di armeni che per cento giorni resistono all’intero esercito turco asserragliandosi sul monte del Mussa Dagh. Il sacerdote armeno insiste affinché, durante la lotta, i cittadini avessero una vita per quanto possibile normale, ordinaria, perché – dice – «da forze poco appariscenti dipende la validità e la durata dell’esistenza, più che dalle prestazioni straordinarie». La vera resistenza da ricominciare a imparare (insieme ai nostri ragazzi) sia una resistenza ordinaria alla tentazione di occuparsi esclusivamente di sé, una tentazione che oggi tutti ci propongono (dai media, alla politica, all’organizzazione del lavoro fino alla paura che sta diventando protagonista delle nostre giornate). Liberazione, oggi, significa custodire il comune con gesti coraggiosi e quotidiani fatti di incontri, di uscita dalle nostre solitudini, di ascolto reciproco, di studio della realtà.
