
GRAZIA DELEDDA

PACE È UNA PAROLA DA PROTEGGERE
SENTIERI INTERROTTI

Il romanzo di Pinocchio, visto dall’alto, assomiglia a un reticolo di strade e sentieri che si innestano l’una all’altro, si interrompono bruscamente, riprendono poco più in là; è una sola la grande via maestra che, incrociando queste strade secondarie, pur fra curve sinuose e angusti tornanti, fra erte salite e discese precipiti, arriva alla sua destinazione: la trasformazione di Pinocchio da burattino di legno a bambino vero.
E così, proponiamo ai ragazzi il romanzo di Collodi come una serie di “progetti interrotti”, funzionali all’unico progetto che si compie nonostante e, al contempo, grazie alle interruzioni.
Il primo di questi progetti falliti, pur piccolo, è quello di Mastro Ciliegia che sceglie un pezzo di legno per costruire la gamba del tavolo. Una vocina lo prega di non fargli male, di non picchiare forte, di non fargli il solletico e il buon falegname, incredulo e sull’orlo di una crisi di nervi, abbandona l’idea.
Arriva, per fortuna, Geppetto, anche lui con in testa un bel progetto destinato ad andare a rotoli. Eccolo qui:
Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino.
Un business, non certo il pensiero di una paternità! A interrompere immediatamente questo progetto è di nuovo la vocina che misteriosamente scaturisce dal ciocco di legno ancora informe: Pinocchio, ancor prima di assumere le fattezze di un burattino, apostrofa il babbo (Bravo Polendina! — gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse) colpendolo con quel soprannome che tanto lo irrita e provocando un litigio fra i due vecchietti, perché Pinocchio, da subito, sbaraglia le carte e crea caos.
Se ne accorge presto anche il Grillo parlante che, pronunciata la sua gran verità (Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente), viene impietosamente spiaccicato al muro; il suo sentiero, così violentemente interrotto, riprenderà misteriosamente più avanti.
Anche il pensiero del terribile Mangiafuoco subisce una brusca inversione: vorrebbe fare di Pinocchio legna da ardere per scaldarsi, ma di fronte alle sue lacrime, si intenerisce (starnutendo, non piangendo) e decide di prendere al suo posto Arlecchino: Pinocchio interviene coraggiosamente in difesa del compare, e Mangiafuoco desiste definitivamente dal progetto e, anzi, regala a Pinocchio, per il suo povero babbo, quelle famose monete, foriere di tanti guai…
Le interruzioni di Pinocchio, si vede bene, sono assolutamente casuali: talvolta, come in questo caso, aiutano e sono buone, talvolta fanno solo danno.
Ecco comparire il Gatto e la Volpe con il loro disegno, che altro non è se non il grande progetto del capitalismo: dacci le tue monete e le faremo moltiplicare sotterrandole nel Campo dei Miracoli! Guadagno facile, senza fatica: ci casca Pinocchio, esattamente come ci cascano tante persone anche oggi… Ci vuole il ritorno del Grillo, sotto forma di ombra, a rimettere il burattino sulla strada. Un’ombra, però, non basta a interrompere un progetto criminale e Pinocchio, inseguito dai due malfattori (trasformati in assassini), cerca rifugio nella casa della bambina dai capelli turchini. Lei, di progetti non sembra averne, ma fa trapelare (e da qui in poi lo farà sempre) il grande e inevitabile progetto della morte: in questa casa non c’è nessuno, sono tutti morti.
Con questo progetto ineluttabile, in effetti, Collodi intendeva chiudere il racconto nel settembre del 1881. I suoi giovani lettori, però, ironia della sorte, mandarono all’aria anche il progetto dell’autore e lo costrinsero a riprendere la penna nel 1882.
Ecco allora il burattino appeso al grande albero e la bambina dai capelli turchini (trasformata in fata) che lo salva e lo porta in un letto. Qui dissertano sul suo destino tre improbabili medici: il redivivo Grillo, una civetta a un corvo. È il grande progetto della scienza, a tratti ridicolo nell’immaginare di potersi servire di idee chiare e distinte, che nella scena appaiono, piuttosto, banalità rivestite di linguaggio specialistico. Torna l’ombra di morte quando, per costringere Pinocchio a bere la medicina amara, la fata gli fa portare dinanzi una bara di legno… poveri piccoli lettori dell’Ottocento che sembrano essere introdotti a un horror più che a una storia edificante.
Pinocchio è guarito, sembra avere compreso e si incammina verso casa. Ma il vecchio progetto, quello di sotterrare i suoi denari per avere una buona rendita, lo incalza. Ritrova i due consulenti finanziari e seppellisce il suo capitale nel Campo dei Miracoli. Quando si accorge di essere stato truffato e si rivolge alla giustizia, ecco apparire il grande progetto della giurisprudenza: un giudice-scimmia che, dopo aver dato ragione al povero burattino… lo fa arrestare. Fin da piccoli i giovani Italiani sembrano essere messi in guardia dal lungo braccio di una giustizia ingiusta.
Uscito di prigione per buona condotta, il burattino deve trovare lavoro: eccolo sostituire un cane da guardia in un pollaio. Legato con una catena riceve la visita delle faine, che gli propongono un accordo sotto banco:
Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
Il progetto della corruzione, approvato dal cane precedente, salta per la rettitudine di Pinocchio che abbaia, sveglia il contadino, sventa il furto e viene sciolto dal suo impegno e ricompensato. Riprende il cammino verso casa, con alle spalle una buona azione ma senza più conoscere la strada. È il momento per tornare dalla Fata e domandarle aiuto. Ecco invece la scena più agghiacciante del libro: una lapide con scritto qui giace la bambina dai capelli turchini morta di dolore per essere stata abbandonata dal suo fratellino Pinocchio. È il progetto della colpa o, per meglio dire, della colpevolizzazione, di kafkiana memoria. Imparata la lezione (a quale prezzo!) la Fata ricompare. Pinocchio è cambiato: va a scuola, studia, diventa bravo e finisce il quadrimestre con il massimo dei voti. Ecco la promessa: l’indomani, diventerà bambino.
Ma è ancora solo un progetto… e i progetti, ormai lo sappiamo, vengono mandati a gambe all’aria dalla vita. Ecco allora l’ultima, drammatica tentazione: il Paese dei Balocchi, una sorta di grande sogno anarchico dove tutti fanno ciò che vogliono. Non c’è solo divertimento, c’è violenza, c’è bullismo, c’è rifiuto di ogni autorità. E c’è un esito sinistro: diventare asini.
Ecco la grande alternativa del povero burattino: diventare umano o diventare bestiale. È, in fondo, ciò che fin dal Rinascimento Pico della Mirandola diceva a proposito dell’essere umano, che è un essere senza progetto. Il burattino-asino vale solo se fa ridere e quando si azzoppa, ecco riaffacciarsi l’ineluttabile della morte: diventare pelle da tamburo. Nel cuore della tragedia, gettato in mare perché la pelle si ammorbidisca, i pesci divorano l’involucro e Pinocchio ritorna burattino.
È l’ultima mutazione: come tutti sanno il Pescecane lo inghiotte e nella sua pancia Pinocchio si riunisce finalmente al padre. Da qui in poi è lui a occuparsi degli altri: domina la scena della sua vita a favore non tanto di un progetto, ma di un affetto. Caricatosi sulle spalle l’anziano falegname e raggiunta faticosamente la riva, le svolte della strada sono finalmente terminate e il burattino diventa un bambino. Non cambia solo lui, però, con lui cambia il mondo: l’umile casa di Geppetto si trasforma in una grande casa borghese perché, come dice Geppetto: quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.
