
SPIACERE È IL MIO PIACERE

ALZA LE TUE PAROLE, NON LA VOCE
PROCESSO CITTADINANZA

Sono Elisabetta, faccio la quarta liceo classico e sono rumena, o forse no? Sulla mia carta d’identità c’è scritto “cittadinanza romena”, ma allora perché non mi sento tale?
Io sono un’immigrata di seconda generazione ma secondo me sarebbe meglio dire: “immigrata sospesa”, che significa che non sono abbastanza né per essere una vera Rumena, né per essere una vera Italiana.
A casa mia mangiamo sempre la pasta, ma nel frigo non mancano mai cibi che vengono dalla Romania e per le feste cuciniamo le lasagne, ma anche gli involtini rumeni chiamati sarmale; nella mia lista di Spotify trovi le canzoni italiane più famose, ma anche quelle rumene.
Qual è il risultato di tutto questo dopo 18 anni? Ve lo dico io: è un miscuglio strano, dove arrivi a non sentirti né uno né l’altro. Quando sono a casa con i miei genitori ormai parlo un idioma particolare, mischiando le parole delle due lingue e quando vado in Romania dai miei parenti, non riesco a parlare senza buttarci dentro qualche parola italiana; allo stesso tempo in Italia, quando scoprono che ho origini straniere mi guardano male come se qualcosa in me fosse diverso e allora capisco…
Capisco che forse alcuni di noi per il mondo non saranno mai abbastanza né per essere dei veri Italiani né per essere dei veri immigrati. Poi però faccio presente che io 18 anni fa sono nata a Milano, più precisamente all’ospedale San Carlo, e ho passato tutta la mia vita circondata da persone italiane con due genitori che si sono integrati perfettamente in questa società e hanno sempre fatto di tutto per offrirmi il massimo; faccio presente che i miei genitori pagano le tasse, per sé, per me e per mio fratello; faccio presente che conosco meglio la storia italiana rispetto a quella rumena; faccio presente che so parlare e conosco la cultura meglio di molti italiani; che mi informo riguardo a tutto quello che succede in Italia; faccio presente che l’Italia è la mia casa. Allora perché questa casa non riesce a riconoscermi e ad accogliermi? Perché sulla mia carta d’identità c’è scritto solo “cittadinanza romena”? Perché devo pagare 250 euro per avere una cittadinanza che mi spetta? La risposta a tutte queste domande mi è stata data qualche giorno fa da un’impiegata del Comune che mi ha detto: “Tesoro, queste sono le regole!”.
Pochi giorni fa ho compiuto 18 anni e subito, il giorno dopo, mi sono presentata in Comune, perché io voglio votare al prossimo Referendum! Sono sempre stata una persona che rispetta le regole, ma in questo momento mi risulta difficile. Dopo avermi dato questa banale risposta, la signora dell’Ufficio informazioni mi spiega che dovrei aspettare quieta quieta, a casa mia, una lettera che mi permetterà successivamente di richiedere ufficialmente la cittadinanza. E quando arriverà? Non si sa, entro nove mesi o forse non arriverà, perché mica arriva a tutti… Alla fine, di fronte alla mia ira, mi dice che se non sono convinta, posso tornare una mattina dal lunedì al venerdì fra le 8.30 e le 12, per chiedere informazioni al reparto del Comune dedicato a questo.
Immediatamente mi sento Josef K… in giro per uffici, in mezzo alla burocrazia: ho imparato che le situazioni kafkiane improvvisamente ti colgono e tu improvvisamente capisci cosa c’era scritto in quelle pagine. Ho letto Il Processo l’anno scorso, al Centro di cultura per ragazzi che frequento da molti anni ed è come casa mia. Lo frequento con ragazzi stranieri e ragazzi italiani e siamo tutti meravigliosamente uguali.
Dopo questo incontro, sono rimasta con l’idea di dover aspettare questa misteriosa lettera che mi permetta di richiedere la cittadinanza, pensando che sia indispensabile per muovermi.
Ma qualcosa non mi convinceva e così, saltando ore di scuola – cosa non semplice da fare digerire a molti adulti –, sono tornata in Comune alle 8.30 precise per fare il più presto possibile. E ho parlato con l’Ufficio dedicato alla cittadinanza, raccogliendo informazioni ben diverse: questa lettera ha solo una funzione informativa e non serve per richiedere la cittadinanza; quindi, ho scoperto che posso prenotare un appuntamento senza problemi sul sito del Comune… ci riuscirò?
È assurdo come mi siano state date informazioni diverse e come questo mi abbia fatto perdere tempo e energie e pace interiore.
Dopo i meandri fisici, mi caccerò nei meandri tecnologici ma, nel frattempo, non potrò certo andare a votare al Referendum del 22 e23 marzo, anche se mi sono informata tantissimo e penso di avere un’idea abbastanza chiara su quale sia il mio voto e sul perché sia un voto consapevole. Ma non potrò farlo e al posto mio, andranno persone che magari si sono informate la metà di me se non per niente, e voteranno
in maniera inconsapevole, senza neanche sapere bene in che cosa consista questa scelta. È giusto che i miei coetanei possano andare a votare e decidere anche per il mio futuro, solo perché su un pezzo di carta c’è scritto che sono Italiani? È giusto il fatto che io non abbia la stessa possibilità?
Questi problemi non li ho solo io, ma li hanno tutti quei ragazzi come me: un esempio è il mio amico Mattia, anche lui socio del Centro di cultura, che, per iscriversi al Conservatorio, deve pagare soldi profumati per fare un esame che dimostri che ha un livello di italiano adeguato. Questa è una vergogna! Questo fatto è assurdo poiché lui, come me, è nato in Italia e ha frequentato tutti gli anni di scuola e al momento, con risultati ottimi, studia in uno dei prestigiosi licei scientifici della città ed è un grande pianista! Questo test, che va pagato, ai ragazzi che hanno la cittadinanza italiana non lo chiedono. Sempre questo mio amico, raggiunti fra pochi mesi i 18 anni, vorrebbe diventare volontario della Croce verde, perché ha il desiderio di aiutare le persone e sogna di fare il medico, ma non potrà farlo finché non otterrà la cittadinanza italiana.
Si torna sempre allo stesso problema: noi siamo irragionevolmente messi in una posizione di svantaggio rispetto ai nostri pari, anche se siamo perfettamente integrati in questa società e meriteremmo esattamente le loro stesse possibilità.
