
IL CATTIVO RENDIMENTO (parte seconda)

PROCESSO CITTADINANZA
SPIACERE È IL MIO PIACERE

Uno dei tanti figli di don Chisciotte, senz’altro tra i più simpatici, nacque dalla penna di Edmond Rostand (1868–1918), poeta e drammaturgo marsigliese la cui vita fu ben diversa da quella di Cervantes. Nato in una famiglia borghese, frequentò la crème della Francia di fine Ottocento; il suo capolavoro lo scrisse per Coquelin, una ‘star’ del teatro della sua epoca. Come un abito sartoriale, gli cucì addosso un’indimenticabile figura, quella di Cyrano, cadetto di Guascogna, abile tanto con la spada quanto con i versi poetici, personaggio che sopravvisse sia all’attore che al commediografo nella sua monumentalità. Savinien de Cyrano de Bergerac, peraltro, fu un personaggio reale, realmente guascone e realmente cadetto, che fece parlare di sé nel 1600. Il ritratto che Rostand ne fa alla fine dell’Ottocento, però, ha i tratti di un eroe romantico, gigantesco per eroismo e per dramma. Ma il successo della figura è forse dovuto alla leggerezza a tratti comica, dei versi di Rostand: tutta l’opera, infatti, è un grande poema.
Eroismo, romanticismo, spacconeria, poesia, purezza di cuore nascosta sotto una patina di arroganza, amicizia fedele, amore puro: ecco gli ingredienti che fanno grande Cyrano. Tutti questi più uno, immenso, sproporzionato, indimenticabile: un orrendo nasone nel mezzo del volto fiero.
Leggiamo l’opera, cercando di recitarla al meglio, ai nostri ragazzi che non ne hanno mai sentito parlare: ci sono momenti di vera ilarità e esclamazioni di genuino stupore.
Incontriamo Cyrano all’inizio del poema mentre è a teatro e se la prende con un attore da strapazzo che, a suo dire, guasta la lirica che gli è affidata. Eccessivo e sgarbato, viene redarguito da un signorotto locale che ancora non sa con chi ha a che fare. Ecco il primo memorabile scambio: di fronte all’ovvia offesa («il suo naso è grande»), Cyrano canta con rime gli infiniti scherni che, se solo fosse stato più fantasioso, avrebbe potuto rivolgergli. Terminato lo scambio di offese si passa alle spade: il nobile è sconfitto nel giro di quattro strofe, al ritmo dei versi, con l’intramontabile: «al fin della licenza io tocco».
Ogni grande uomo, però, ha dei lati nascosti e Cyrano non fa eccezione: è teneramente innamorato della cugina Rossana che lo convoca per confidargli un amore… non a lui rivolto, tuttavia, bensì a Cristiano, giovane e bello, appena arruolato nello stesso mitico reggimento. A Cyrano, impavido ed esperto, è affidato da Rossana il destino del giovane.
Così, tenendo nascosto il suo segreto, Cyrano incontra quello che diventerà, nonostante la situazione, il suo più caro amico. Non solo a lui presterà la forza e la destrezza nella lotta, ma anche la poesia perché la bellezza di Cristiano non corrisponde all’eloquenza poetica e romantica. La scena paradigmatica di questa assurda situazione è quella in cui sotto il balcone di Rossana Cyrano, dopo aver suggerito all’amico le parole più dolci, si sostituisce a lui e, nell’ombra, intona il suo canto d’amore.
La situazione complessa è interrotta dalla guerra: i cadetti sono chiamati all’assedio di Arras, Cristiano e Rossana costretti a separarsi e i cuori sarebbero pesanti se Cyrano non vigilasse su entrambi. Solo che il nostro eroe, fa un po’ di più: ogni mattina, non visto, attraversa le linee nemiche sprezzante del pericolo per portare alla giovane lettere piene d’amore scritte da lui ma a Cristiano attribuite. Tanta è la passione che la ragazza, non tollerando oltre la distanza, raggiunge Cristiano al fronte e gli confessa di amarlo non più per la bellezza fisica, ma per la potenza e la profondità espressiva delle sue lettere. Cristiano, che di lettere non ne ha scritta neanche una, non la prende molto bene: intuisce che la mano dell’amico non è mossa solo dall’arte, ma anche da un sentimento autentico. Prima che possa affrontare la verità, tuttavia, scoppia la battaglia e Cristiano, nonostante gli sforzi sovrumani dell’amico, perde la vita.
Un salto di diversi anni ci riporta in un grande convento, dove Rossana si è ritirata per non essere di alcuno, se non di colui che ha tanto amato e che la morte le ha sottratto. Come ogni sera, Cyrano va da lei per rendere il dolore meno cupo; ma questa volta è incappato in un agguato e, sotto il mantello, è ferito a morte. Non dice nulla, né all’amata, né alle suore che ormai sono abituate alla sua presenza. La sera sta scendendo. Chiede a Rossana di permettergli di leggere l’ultima lettera del buon Cristiano; la prende tra le mani e incomincia a recitare ad alta voce le parole che non ha mai dimenticato. Mentre il cielo si imbrunisce e le tenebre scendono, Cyrano conclude quella che – ormai Rossana se ne avvede – non è una lettura, ma la memoria dell’autore. Rossana capisce ma è troppo tardi: delirano una battaglia con i suoi ultimi nemici (la menzogna, il compromesso, il pregiudizio, la viltà) l’eroe di Guascogna muore con la lama in pugno e cantando, infine del suo pennacchio.
