
DI TUTTI È DON CHISCIOTTE

SPIACERE È IL MIO PIACERE
IL CATTIVO RENDIMENTO (parte seconda)

Sappiamo che il successo negli studi, nell’ambito della scuola, è una condizione necessaria per l’integrazione sociale. Il rapporto maestro-alunno, la sensazione di appartenere al gruppo, la valorizzazione personale, la natura dei rapporti sociali fra bambini sono ampiamente determinati da un successo anche minimo nelle attività scolastiche, elemento questo di unificazione di quel gruppo artificiale che è la classe.
Le condizioni del mondo d’oggi sopra accennate hanno un altro legame molto importante con il fenomeno dell’insuccesso: alcune caratteristiche della nostra società (urbanesimo, nuovo modo di vivere i rapporti, migrazione interna, modelli culturali nuovi che si scontrano con modelli precedenti, lavoro extrafamiliare della donna, ecc.) sono infatti causa dell’insuccesso e del disadattamento dei fanciulli e adolescenti delle nostre scuole.
Per questo possiamo affermare che l’insuccesso scolastico non può essere considerato solamente un problema pedagogico o didattico o psicologico e di igiene mentale… esso è in realtà un problema sociale non solo per la estensione, ma anche per le cause e le conseguenze.
Alla luce delle considerazioni fin qui svolte, si spiegano l’allarme e l’ansietà che il cattivo rendimento dei figli genera nelle famiglie. I genitori tendono spesso a drammatizzare la situazione e ad esercitare pressioni di tipo affettivo: “Guarda come fai soffrire tua madre, la farai morire!” o a raddoppiare esigenze se e punizioni.
L’esperienza mostra che questo atteggiamento dei genitori ha una profonda incidenza sulla personalità del ragazzo e ha generalmente conseguenze nefaste.
2. Estensione del fenomeno
Allo scopo di dimostrare e documentare quanto sia fondata la preoccupazione di quanti si occupano dei problemi della scuola circa la dimensione che ha assunto l’insuccesso scolastico, citiamo alcuni dati, risultanti di ricerche compiute sia su scala nazionale sia in ambiti più ristretti.
Il Dottrens afferma che nella scuola primaria, se questa fosse realmente adatta ai bambini, gli insuccessi non dovrebbero oltrepassare il 6 o 7%… Dato suffragato da una indagine compiuta nel 1958 dalla provincia di Milano, che ha ritrovato su 105.928 alunni della scuola elementare il 4,5% affetto da insufficienza mentale, percentuale che raggiunge il 6% se si aggiungono i casi gravi di turbe del carattere e comportamento (AA.VV., La pedagogia speciale e i suoi problemi, cit., pag. 109).
La Berrini in un’analisi sul disadattamento afferma che gli insufficienti mentali ammontano all’1,5 — 3% della popolazione scolastica (e non dovrebbero comunque essere nella scuola pubblica), mentre gli ipovedenti sarebbero l’8 — 10%.
Di fatto, se noi consideriamo i dati relativi agli insuccessi scolastici, rileviamo che essi hanno una frequenza molto più rilevante. Consideriamo ad esempio i dati relativi al ritardo scolastico, che è ritenuto normalmente la consacrazione ufficiale dell’insuccesso scolastico e vediamo che un alunno su tre non riesce a seguire l’andamento previsto dall’organizzazione e dai programmi del nostro insegnamento. Questo dato è significativo di una situazione ancor più grave, in quanto non comprende quei casi di cattivo rendimento non così gravi o così espliciti da sfociare in una bocciatura.
In Francia un’inchiesta promossa dall’Istituto Pedagogico Nazionale, dal 1956 in avanti, ha rilevato che su 46.000 alunni il 32%, pari a un terzo dei fanciulli, è in ritardo di uno o più anni in rapporto all’età normale e precisamente il 20% è in ritardo di un anno, il 12% di più anni. Dei rimanenti, l’1,8% è in anticipo e il 60% è nella norma. Da questo calcolo sono esclusi gli insufficienti mentali, mentre sono compresi i ragazzi con intelligenza normale o leggermente sotto la norma, suscettibili di una scolarità normale se sono realizzate certe condizioni favorevoli.
La stessa inchiesta rileva inoltre che i fanciulli che hanno frequentato la scuola materna ripetono con la proporzione del 17%, gli altri del 27%. Uno studio parallelo in una circoscrizione rurale del Dipartimento dell’Eure, in Francia, rivela che, a seconda dei cantoni, la percentuale dei ritardi varia da 35,5% a 43,5% .
Un altro studio, svolto dagli psicologi della regione parigina, mostra che vi è il 27% di insuccessi nel corso preparatorio (primo anno della scolarità obbligatoria); questa proporzione aumenta fino al 43% nel corso medio e raggiunge il 62–70% nelle classi finali.
Analoghi dati sono stati segnalati in Belgio dalla Commissione Consultiva Universitaria di Pedagogia (Ministero della Pubblica Istruzione Belga), che per l’anno 1960–61 ha rilevato che un terzo della popolazione scolastica censita (1 milione 368.590) aveva subito un ritardo scolastico. Altre statistiche svolte in varie nazioni, ma tutte con uno “standard” medio di vita buono (Francia, Belgio, Svizzera), danno percentuali di ritardi nella scuola primaria che variano dal 10–25% nelle prime classi al 30–40% nelle ultime classi.
In Italia i dati delle statistiche ci danno risultati analoghi: cito a questo proposito alcuni brani di Lettera a una professoressa che, pur non essendo totalmente fondati scientificamente, ci offrono una visione simbolica della situazione della scuola primaria nel nostro Paese.
“Entriamo il primo ottobre in una prima elementare. I ragazzi sono 32, già dentro cinque ripetenti. Prima di cominciare mancano già tre ragazzi… Hanno assaggiato la prima bocciatura e non sono più tornati… A giugno la maestra boccia sei ragazzi… A ottobre, in seconda, la maestra trova ancora 32 ragazzi. Vede ventisei vecchi noti… Poi vede sei ragazzi nuovi, ciqnue sono ripetenti. Il sesto ragazzo nuovo è Pierino del dottore… (Pierino è il simbolo dei 30.000 ragazzi che ogni anno salgono la prima classe). Dei sei ragazzi bocciati, quattro stanno ripetendo la prima… Gli altri due non sono ritornati a scuola… Alla fine delle elementari, undici ragazzi hanno già lasciato la scuola. Dieci ragazzi sono andati a ripetere, diciannove sono i superstiti di prima (SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, ed. Fiorentina, Firenze 1967, pagg. 37–42).
Se moltiplichiamo i dati per 29.000 abbiamo il numero reale dei fanciulli (nati nel 1951) e scopriamo che ben 300.000 ragazzi non arrivano alla quinta classe o sono perciò destinati a diventare analfabeti di ritorno” perduti durante il percorso.
Dai dati e le tavole statistiche in Appendice a Lettera a una professoressa, risulta chiaramente che il numero degli alunni che non compiono il ciclo elementare in modo regolare è molto rilevante e che il numero dei ripetenti aumenta in relazione alla classe frequentata. Per cui l’incidenza della ripetenza è del 20% in prima, del 30% in seconda, del 35% in terza, del 40% in quarta, e infine del 42% in quinta.
Alcuni dati rilevati in questi ultimi anni, anni cioè del boom economico, a Milano, situazione molto vantaggiata rispetto alla media nazionale, danno risultati significativi. Nei rioni signorili la percentuale dei ritardi è bassissima, 2,6% in prima, 7,4% in terza, 8,3% in quinta; mentre nelle scuole periferiche i valori si avvicinano alla media nazionale con 14,2% in prima, 23% in terza e 33% in quinta.
Osservando questi dati e considerando i 300.000 ragazzi che ogni anno lasciano la scuola elementare senza aver conseguito la licenza, è doveroso domandarsi se la nostra concezione di scuola e di educazione è adeguata alle richieste della società. Una riunione di esperti, che studiò questo problema all’Institut de l’Unesco ad Amburgo (maggio-giugno ’56), al termine dei suoi lavori giunse ad ammettere che molti insuccessi erano dovuti allo stesso sistema educativo, ammissione questa tanto coraggiosa quanto doverosa.
