
ONOREVOLI GENITORI

IL CATTIVO RENDIMENTO (parte seconda)
DI TUTTI È DON CHISCIOTTE

Il finale del romanzo è bellissimo: la penna di Cide Hamete Benengeli, appesa con un fil di ferro a un gancio, prende commiato dal lettore, dicendo che don Chisciotte è nato solo per lei, così come lei è nata solo per don Chisciotte. Basta, l’hidalgo è morto e nessuno osi più disturbarlo: lo ha fatto il misterioso Alonso Fernández de Avellaneda, trascinando fuori casa don Chisciotte che vi si era ritirato in buona pace alla fine del libro, quella prima parte originariamente pensata da Cervantes. Lo ha fatto malamente, costringendo il vero padre dell’eroe a intervenire con settantaquattro nuovi capitoli, molto belli e preziosi, certo, ma forse non animati dallo stesso incanto e dalla fascinosa follia dei primi cinquantadue.
Mai auspicio, mai raccomandazione furono tanto disattese, povero Cervantes: perché se è vero, come abbiamo detto, che tutto è Don Chisciotte, è vero che Don Chisciotte è stato ed è davvero di tutti, quindi anche dei ragazzi dell’Accademia della Piccioletta barca.
Ha ragiona Unamuno, che a don Chisciotte ha dedicato la vita: «Ogni generazione che si è susseguita, ha aggiunto qualcosa a Don Chisciotte, così che egli si è progressivamente trasformato, diventando immenso (…). E se Cervantes risuscitasse e tornasse nel nostro mondo, non avrebbe alcun diritto di lamentarsi di questo Chisciotte, (…) poiché sarebbe come se una madre, guardando il suo figlio che raggiunge traguardi che lei non avrebbe neppure immaginato, chiedesse di portarlo indietro alla sua infanzia, di allattarlo ancora al seno e persino di tenerlo ancora nel suo grembo». Certo ha ragione Dario Puccini nel dire che l’intenzione esplicita di Cervantes (criticare la follia dei romanzi cavallereschi) è talmente ripetuta da risultare sospetta.
Raccogliamo come a volo d’uccello tanti passaggi in cui filosofi, romanzieri, persino musicisti e coreografi hanno ripercorso le avventure dell’Hidalgo: da Pirandello e Kafka, da Kundera a Borges, da Balthasar a Dostoevskij. Ma lo facciamo solo per invitarli al nostro confronto con i ragazzi. Anche perché, spieghiamo loro, ogni epoca ha avuto il suo Don Chisciotte: romanzo della ragione contro le menzogne della fantasia per gli Illuministi, riscatto delle passioni contro la banalità per i Romantici, sintesi del disincanto e del fallimento dell’umano per il Novecento. Pronto ancora a diventare altro nelle menti e nelle parole del presente.
Certo, non si può non notare che un’interpretazione vada per la maggiore, come si evince dalla parola italiana donschisciottismo, che entra nei dizionari come «atteggiamento di generosa ma eccessivamente ingenua difesa di ideali irraggiungibili o privi di qualsiasi fondamento reale». Ma don Chisciotte è disposto a diventare ben altro, nei nostri discorsi.
Prendiamo spunto dai dizionari per interrogarci sulla differenza tra idea, ideale e ideologia. L’idea, dicono i ragazzi, è un punto luminoso, uno splendore che appare nel cuore. L’ideale invece organizza le idee, dice Matilde, può essere condiviso da più persone, dice Lorenzo, indica una meta precisa, aggiunge Adham. Per Matilde l’ideale ha a che fare con la morale, ti dà una direzione, sebbene il più delle volte non sia raggiungibile. Siamo comunque tutti d’accordo sul fatto che ideologia è una parola dal suono e dal significato sinistro: è il tentativo di ingabbiare la realtà a partire da una finzione, di manipolare fatti e persone affinché corrispondano alle nostre aspettative.
Ha senso, ci chiediamo, combattere una battaglia che non può essere vinta? Per Lorenzo combattere è sempre uno stimolo per andare avanti, non importa quale sia il risultato e per Gabriel il vero scopo non è mai vincere, ma migliorare se stessi, come nello sport. Anche Alan sostiene che c’è un valore nel tentativo più disperato e Matilde ricorda le Cinque giornate di Milano, quando i ribelli hanno unito i cuori e dimostrato la possibilità di un’Italia concorde, anche se gli Austriaci presto sono rientrati in città. Adham propone una sintesi: non si perde mai allo stesso modo. E poi, aggiunge, chi l’ha detto che una battaglia è persa se non hai nemmeno provato a combatterla?
È tempo di olimpiadi invernali a Milano e il tema catalizza l’attenzione. Non solo, però, nelle competizioni sportive, ma anche nelle proteste. In questi giorni in molti sono scesi in piazza accusando gli organizzatori di non avere rispettato la natura, la città, la sostenibilità promessa. Diciamo ai ragazzi che questa manifestazioni forse non sono sempre perfette e forse non tutte le ragioni sono giuste, ma la vita di ciò che è comune è anche fatta da un gioco di parti e di forze: se non ci fossero gli ecologisti a reclamare il rispetto per le montagne, forse le infrastrutture non avrebbero alcun limite. Le battaglie, allora, davvero non sono mai del tutto ‘perse’.
Chiediamo poi ai ragazzi se essere perdenti sia sempre e soltanto un male, se non ci sia qualcosa che proprio l’esperienza del fallimento insegna. Alex risponde subito con un’intuizione sorprendente: i perdenti spesso hanno una storia da raccontare. Ripensiamo subito ai Cento giorni del Mussa Dagh, il romanzo di Werfel letto insieme qualche anno fa, nel quale un manipolo di armeni poco attrezzati e pressoché disarmati resiste all’intero esercito turco per ben cento giorni. La loro storia è giunta fino a noi.
Matilde dà una lettura più interiore: dice che chi è abituato a vincere sempre finisce per non saper sopportare la sconfitta. Nicolas aggiunge che chi sa di perdere, in fondo, ‘non ha nulla da perdere’, come si dice, e quindi può essere più coraggioso di chiunque altro. Certo, chi perde spesso impara a vivere l’esperienza dello smacco, alcuni imparano persino a sorriderne, proprio come Cervantes ci invita a fare, bonariamente, con il suo eroe. Allo stesso tempo ricordiamo ai ragazzi che vincenti e perdenti sono sempre in relazione gli uni con gli altri: affinché qualcuno vinca ci deve essere per forza qualcun altro che perde. Non si tratta mai di una sorta di potere individuale, ma di un dramma relazionale.
Certo è che la finzione di don Chisciotte non è mai neutrale: il mondo lo cambia, ma lo cambia sempre in meglio. Anche se in esso inventa avventure paurose, lo riscatta dalla noia e dal grigiore. Subito Gabriel ricorda alcune cose dette all’inizio dell’anno a proposito dei bambini, di come per loro sia necessario crescere di fronte al bene, anche nei casi in cui questo bene è lontano: per questo raccontiamo loro storie e personaggio positivi, per dare accesso, attraverso finzioni, all’incanto del mondo. Adham porta l’esempio del noto film di Roberto Benigni, La vita è bella, che spesso è criticato come una sorta di edulcorazione della Shoah, ma che, se visto come la storia di un padre e di un figlio, è un esempio mirabile di educazione.
Più animato è il dibattito sulla differenza tra la finzione e la fiction, tra la letteratura e il mondo del digitale. Per Alan la fantasia dei bambini ti permette di fare quello che vuoi, persino di immaginare mondi interi con le loro regole; nei giochi e nel mondo digitale, invece, le regole sono precise e i limiti sempre ben visibili. Alex aggiunge che l’immagine è proprio tua, nessun altro l’ha fatta e nessuno può rubartela. Parliamo a lungo di un gioco che non conosciamo che, ci dicono i ragazzi, ha una modalità sopravvivenza (nella quale ci sono scopi e obiettivi precisi) e una modalità creativa (in cui si può letteralmente fare qualsiasi cosa in un mondo immaginario): sorprende che per tutti la preferenza cada dubbi sulla prima. Per essere appassionati ci vuole una sfida, degli orari, delle regole, dei limiti posti da qualcun altro… ci interroghiamo a lungo sulle ragioni per cui, invece, nella vita normale tutto ciò appaia come un impedimento alla libertà.
Anche sul finale del romanzo ci soffermiamo un po’. In fondo la finzione di don Chisciotte è simpatica, ma non è senza pericoli. Matilde avverte: se si neghi continuamente la realtà finisci per non saper più chi sei, mentre i fatti arrivano sempre a stanarti, a un certo punto. Per Gabriel, è inevitabile che altri si prendano gioco di te. Anche sugli amici di don Chisciotte nutriamo qualche perplessità: sicuramente gli vogliono bene, ma non apprezziamo del tutto il fatto che entrino nelle sue follie e le usino, se ne servano. Per Adham entrare nella follia altrui significa sempre, infatti, almeno in parte, rafforzarla e quindi imprigionare l’altro sempre più nelle sue spire.
Certo don Chisciotte non è un personaggio che potremo dimenticare, né risolvere una volta per tutte: tornerà sempre a farci visita e a permetterci di trasformare la banalità in un luogo per essere davvero uomini e donne che vogliono il bene, nient’altro che il bene.
