
TUTTO È DON CHISCIOTTE

DI TUTTI È DON CHISCIOTTE
ONOREVOLI GENITORI

Quando ascolto le dichiarazioni di personaggi con ruoli istituzionali e osservo i loro comportamenti pubblici, sempre mi capita di domandarmi che genitori siano. Non predisposta al gossip – nel senso che davvero non mi interessano le vicende della vita privata altrui –, non conosco la realtà familiare dei nostri politici, se non per le notizie che talvolta rimbalzano su giornali e telegiornali. Ed è particolare come di loro non mi chieda mai che mogli o mariti siano per i loro compagni, ma sempre che madre o che padre siano per i loro figli. Perché l’essere genitore coincide con l’essere tout court: nessuno ci insegna proprio per bene questa pratica e sappiamo come essa sia onere e onore che si forgi sul campo di battaglia, facendo giusto, sbagliando, accusando colpi e aggiustando il tiro, modificandosi continuamente sulla scia dell’età dei figli e della loro vita.
Non si può certo lavorare fuori casa e poi farvi ritorno la sera, spogliandosi contestualmente della corazza pubblica e indossando le vesti comode da camera: penosa una vita così, un artificio che credo logori, a lungo andare, la quotidianità, condannandola alla schizofrenia; senza contare che un personaggio pubblico non può – oggi più che mai – sottrarsi allo sguardo delle proprie creature che, come tutto il mondo, frequentano fin dalla più tenera età i mezzi di comunicazione di massa.
Guardo, per esempio, il nostro presidente della Repubblica, sempre accompagnato dalla figlia Laura, e mi chiedo che padre sia e che padre sia stato per i suoi figli piccoli: mi domando se la pacatezza dei modi, il rigore, la lucidità di analisi, la dolcezza di quei sorrisi che talvolta sembrano quasi scappare di nascosto dalla postura compassata, avranno segnato anche la sua vita in famiglia. Penso proprio di sì e, lungi — per ormai raggiunti limiti di età -, dal voler rappresentarmi una realtà tutta rosa e zuccherosa, vedo in lui un padre vigile e attento, serenamente ferreo nelle sue posizioni, non aggressivo, capace di dare fiducia ai suoi figli, di incoraggiarli, raccontando di sé, delle sue fatiche, del suo impegno costante a favore degli altri.
Ma ben altro mi figuro, guardando ad altre personalità politiche.
Sorvolando sui politici defunti o vivi, italiani o stranieri, principi di lussuria e re di disgustosi festini, che mi domando come possano avere sostenuto o possano sostenere lo sguardo dei loro nati, mi limito a situazioni più “normali” che coinvolgono cariche istituzionali, alla luce dei tanti eventi bui che stanno connotando questi tempi e delle reazioni che a essi conseguono.
L’arma che in assoluto mi appare di gran lunga la più utilizzata è la minaccia del castigo.
E mi chiedo: ma questi politici, che affrontano ogni problema ventilando repressioni durissime e tolleranza zero, avranno fatto o faranno lo stesso a casa loro? Saranno madri e padri così, spauracchi di terrore sempre incombente? Che risultati avranno entro le mura domestiche?
Figlia di Cesare Beccaria, da sempre coltivo e ricerco quella sapienza che suggerisce come l’ascolto e la fiducia, l’equa indagine siano le prime armi di un sovrano e, in caso di necessità, come una punizione di intensità minore, ma certa e pronta nella sua attuazione, sia la soluzione da prospettare ai rei, qualora debbano essere realmente puniti, cioè accertata senza ombra alcuna di dubbio la loro colpevolezza. Una pena, certo, che sia proporzionata alla colpa. Guardo ai politici e penso a quei genitori, maestri nel minacciare punizioni severissime, così severe che certamente non potranno essere realizzate («non ti do più da mangiare! Non esci più dalla tua camera per una settimana» o l’ormai logoro: «ti tolgo il telefono per un mese», salvo poi tremare di angoscia, se il ragazzino non è raggiungibile h24, cosa che implica l’immediata restituzione dell’apparecchio).
Proprio questo sempre più siamo costretti a sentire: non è forse stato proposto il versamento di una cauzione, in caso di organizzazione di una manifestazione? Prima ancora di avere sbagliato, comincia a pagare! Vuoi scendere in piazza (per altro diritto inviolabile della persona) a urlare che qualcosa non va? Fuori la grana, prima!
E non è forse stato proposto che “un atteggiamento sospetto” potesse implicare la detenzione di dodici ore, senza indizi e senza coinvolgimento di un giudice? Questo, quando le carceri hanno da tempo immemore superato il colmo di capienza e il limite di decenza delle condizioni di chi vi è rinchiuso. Mi ha sconvolta la lettura di un articolo nell’ultima monografia di MicroMega, dedicato al sistema carcerario e alla penalità nel XXI secolo. A fronte delle trentatré mila persone detenute nel 1990, oggi se ne contano duecento sessantaquattro mila: «una moltiplicazione per otto, a tassi di delittuosità sostanzialmente invariati, salvo che per i gravi reati contro la persona, che sono notevolmente diminuiti da allora a oggi» [S. Anastasia, Breve storia dell’istituto carcerario, in MicroMega 1, 2026]. Pare più che evidente che qualcosa non funzioni.
Ma il rimbombo di minacce detentive continua a risuonare nei nostri cieli: sempre più dure, sempre più temibili, sempre più ostili e aggressive.
E, per passare a temi ben più miti, che dire di chi, deputato a raccontare e motivare nel profondo la nuova modalità dell’esame di maturità – a me alquanto misteriosa, almeno per quanto riguarda il liceo classico, dove scompare dagli schermi la lingua e letteratura greca, che non verrà affrontata né allo scritto né all’orale (lo stesso dicasi per la fisica al liceo scientifico) – per prima cosa puntualizza piccato che la prova orale è obbligatoria e chi la rifiuterà ripeterà l’anno, a differenza del passato, quando poteva contare sui punti degli scritti? (Come ancora bruciano quegli orali mancati dello scorso anno e quella figura penosa…). Chiosando che la scuola deve abituare gli studenti ad affrontare i problemi, non ad aggirarli.
Semplicemente imbarazzante.
Ma se è esattamente questo che ci sta insegnando la politica da tempo immemorabile! Aggirare i problemi e non affrontarli mai nel profondo, balenando castighi inauditi: intimidazioni, diffide che per lo più lasciano il tempo che trovano (considerato anche che, dietro l’angolo, c’è sempre la crisi di governo e la sostituzione del ministro di turno): carceri, scuola, sanità, migranti… chi sta andando veramente alle radici dei problemi, delle tragedie, dei pessimi risultati?
Lo stesso che, mi pare, avviene nelle famiglie, dove i ministri sono mamma e papà, appunto: quel famoso, inascoltabile: «stasera vedrai…», quel penoso: «lo dico a tuo padre» o «dopo facciamo i conti» entra e esce dalle orecchie dei ragazzi come un soffio, oppure li terrorizza in modo del tutto inadeguato portandoli a gesti estremi, considerato che, di norma e grazie a Dio, non esistono neanche più quei padri padroni autoritari di un tempo, che prendevano i figli a cinghiate…
Per fortuna, ecco arrivare puntuali i saggi nonni, sempre attenti, che di cose serie ne hanno viste e trattate in gran copia, che con garbo intervengono: «bada che questo non lo puoi fare a nessuno dei tuoi figli…».
Prudenza: virtù trascuratissima; prudenza nel parlare, nel promettere, nel prendere impegni che non si è certi di poter mantenere.
Dedizione all’ascolto: chi manifesta, chi non sostiene un esame, chi si ribella raramente è un delinquente da minacciare e incarcerare; quasi sempre è una persona in difficoltà che cerca aiuto e dialogo o semplicemente vuole partecipare al bene pubblico esprimendo la propria opinione.
Autorevolezza: c’è una norma, chiara, semplice, uguale per tutti!, sensata: la si rispetti!
Educazione. Educazione. Educazione:
«Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà! […] L’uomo illuminato è il dono più prezioso che faccia alla nazione e a se stesso il sovrano».
Così si conclude l’opera di Cesare Beccaria: un sovrano, un politico, un genitore deve donare al mondo uomini illuminati e questo, con buona pace dei minacciatori seriali, avviene solo attraverso una paziente, quotidiana e amorevole opera educativa, fatta della trasmissione autentica e appassionata della cultura e dei suoi grandi valori. Prevenire, non reprimere! Partendo sempre dalla famiglia…
