
DI COME DON CHISCIOTTE E SANCHO PANZA SI FECERO MARINAI

ONOREVOLI GENITORI
TUTTO È DON CHISCIOTTE

«È stato detto che tutta la filosofia è una nata in calce all’opera di Platone. Può dirsi che tutta la narrativa sia una variazione sul tema del don Chisciotte». Una affermazione forte, questo del critico letterario americano Lionel Trilling, che si unisce a un’altra di Milan Kundera, secondo cui «il padre dell’era moderna è Cervantes», insieme a Cartesio.
Il personaggio, d’altra parte, non è solo una finzione dell’autore, ma una finzione nella finzione: è l’auto-trasformazione di un anziano signore chiamato Quijana, parte di quella nobilità spagnola che aveva, sì, nella cavalleria il suo modello ideale, ma che da tempo conosceva le avventure solo attraverso i romanzi, mentre per il resto viveva essenzialmente di rendita parassitaria e noia. Con un lavoro di settimane, egli dà vita al cavaliere (hidalgo, crasi di hijo de algo, significa letteralmente figlio di qualcuno, in contrapposizione ai famosi “figli di nessuno” dai destini gloriosi di cui si sarebbe riempita presto la letteratura). Una vecchia e arrugginita armatura, un elmo a cui manca la celata, un vecchio ronzino, una contadinotta sono il punto di partenza. Dopo giorni di lavoro (quattro per trovare il nome di Ronzinante, otto per il proprio) il personaggio è pronto. Non importa quanto precaria sia la figura finale: è sufficiente che funzioni, che sopravviva agli urti. Ne è immagine perfetta la mezza celata di cartone che don Chisciotte prepara: distrutta dopo un primo esperimento di resistenza (un fendente tirato, piano, con la spada) viene sommariamente riaggiustata e mai più messa alla prova: la precarietà è tratto distintivo della vita del Cavaliere che, assetato di avventura, non si preoccupa di mettere in tasca certezze.
Aldonza Lorenzo, con la sua buffa cacofonia, non è certo un nome adatto alla donna ideale cui dedicare le gesta eroiche: ma è sufficiente cambiarle nome per trasformarla in Dulcinea, la Signora del Toboso, nome «musicale, peregrino e significativo». Certo è che la fantasia di don Chisciotte rende sempre la realtà più incantevole di quanto non sia e, allo stesso tempo, le dà la possibilità di diventarlo.
Così è, massimamente, per il secondo protagonista della storia: il villano Sancho Panza. Il nome, questa volta, non cambia (quasi a indicare il radicamento dello scudiero nel reale e, insieme, la sua rotondità). Sancho, però, non è certo una comparsa: agli interpreti di don Chisciotte non è sfuggito che l’amicizia tra i due è il fulcro del romanzo. Da un lato lo scudiero è un realista, che pensa sempre al cibo e alla ricchezza, dall’altro egli vive davvero e porta su di sé le avventure che nascono dalla visionarietà del suo signore e compagno, fino al punto da sperare realmente di diventare governatore di un’isola, come promessogli.
Del tutto realisti sono, invece, i familiari e vicini dell’anziano nobile, che cercheranno per tutta la storia di riportarlo a casa. Per farlo, incarneranno l’esatto opposto di Sancho: fingeranno di credere (là dove lo scudiero non crede) per facilitare il ritorno a casa (e non, come Sancho, per vivere la stessa finzione). PeroPerez, il curato del paese, Mastro Nicolàs, il barbiere, una giovane nipote e una governante (a cui l’autore non dà nome) vogliono bene a don Chisciotte e lo tornano a prendere una prima volta all’inizio del suo viaggio, una seconda alla fine del primo libro e infine al termine della storia.
Dopo la prima avventura – nella quale si fa armare da cavaliere – mentre riposa dalle sue fatiche, in quattro cospirano contro di lui: raccolgono i numerosissimi libri di cavalleria (più di cento), li passano in rassegna e, pur trovando tra essi molti libri degni di nota (tra cui la Galatea del Cervantes), li bruciano in un rogo quasi da inquisizione e murano la stanza dei libri. È la prima volta che don Chisciotte deve misurarsi con una realtà nemica e subito la modifica a suo piacimento, plasmando la menzogna proposta dalla nipote. Alla richiesta di che fine avessero fatto i suoi libri, infatti, la nipote inventa un incantatore, in cui lui Facilmente riconosce il suo acerrimo nemico, Frestone, che da lì in avanti lo perseguiterà in tante avventure, cambiando la finzione in realtà, pur di non dargli soddisfazione. Sarà proprio lui, infatti, nel delirio del cavaliere, a trasformare in mulini a vento i giganti, per non dare soddisfazione al suo eroismo. È questa, infatti, la grande arma di don Chisciotte per negare l’evidenza, ogni volta che l’amico Sancho fa emergere la realtà («non l’avevo detto io che non erano se non mulini a vento?»). Insomma, attorno a don Chisciotte ci sono solo due tipi di persone: quelle che entrano nella sua finzione per tirarlo fuori e aiutarlo a rinsavire e quelle che vi entrano per divertirsi alle sue spalle cinicamente. In questo secondo caso, cavaliere e scudiero vengono percossi e derisi, si rompono i denti e fanno la figura dei pazzi. Il primo libro si conclude, però, con la vittoria di primi, che riescono a mettere in gabbia e a riportare a casa (e a più mite consiglio) cavaliere e scudiero.
Per Cervantes, tutto sarebbe dovuto concludersi qui. Il caso vuole, però, che il suo personaggio divenisse in poco tempo così famoso da spingere un ignoto autore a scriverne la prosecuzione, nel noto manoscritto apocrifo del 1514. In questo testo spurio, don Chisciotte è imbrigliato da nobili e cortigiani in scene in cui la sua follia diventa sempre più grottesca, fino a quando non viene condotto in manicomio.
Cervantes non ci sta e pubblica il secondo volume (questa volta di sua mano). Qui la situazione è paradossale: i personaggi stessi del libro conoscono bene don Chisciotte proprio per aver letto il libro di Cervantes. In ogni caso il Cavaliere e lo scudiero, ripartiti alla ricerca di torti da riparare, ora sono circondati da persone che ne conoscono bene le caratteristiche e i punti di debolezza. Il colpo di genio di Cervantes, però, è dipingere queste persone come stupide e malvagie. Primeggiano, tra i molti, il duca e la duchessa (personaggi senza nome), che invitano i due nei loro possedimenti e trasformano gli eroi senza macchia e senza paura in animali da circo: l’incanto diventa trucco, il rischio diventa gioco mortificante.
Sarà il baccelliere Sansòn Carrasco che, assumendo le fattezze del Cavaliere degli Specchi prima e del Cavaliere della Bianca Luna poi, vincendo a singolar tenzone il nostro eroe, lo riporterà in fine a casa. Ormai decrepito, consumato dalle botte e dalla pazzia, don Chisciotte si mette a letto e, dopo pochi giorni, sente la vita abbandonarlo. Chiama, così, il notaio al proprio capezzale e, nel lasciare i suoi beni, abbandona anche ogni fantasia, quasi pentito di una vita spesa nella finzione. Il commiato definitivo sembra confermare che l’intero movente della storia non sia altro che questo: «mettere in abborrimento degli uomini le finte e spropositate istorie dei libri di cavalleria».
