
STORIA DI UN FIGLIO SECCO
DI COME DON CHISCIOTTE E SANCHO PANZA SI FECERO MARINAI

Della morte di don Chisciotte ci racconta Cervantes nell’ultimo capitolo del secondo libro. Ma del fatto che questa morte sia avvenuta davvero non sono mai stato realmente convinto. Anzitutto perché fidarsi di un romanziere, che lavora con la sua fantasia, non è mai una buona idea, vista la follia a cui i romanzi stessi hanno portato così tante persone dabbene. In secondo luogo perché, a ben vedere, lo scrittore si dilunga nel raccontarci le ultime volontà dell’Ingenioso Hidalgo, ma non si sofferma più di tanto sull’istante della sua morte.
Il sospetto è diventato certezza lo scorso ottobre, durante la Sagra di Baggio. Bighellonando tra le bancarelle, ho trovato un vecchio quaderno ingiallito, la cui copertina mi ricordava i tempi della scuola e, distrattamente, l’ho acquistato per due soldi. È rimasto a lungo su uno scaffale di casa mia, dimenticato, fino a ieri sera. Non immaginate lo stupore che ho provato nel trovare, tra le pagine intonse, le due paginette che ho deciso qui di ritrascrivere, che recavano il titolo «Di come don Chisciotte e Sancho Panza si fecero marinai». Della loro autenticità, personalmente, non ho dubbi, ma sarà certo compito di studiosi ben più seri e titolati di me rendere ragione dell’eccezionale scoperta.
Pesti e laceri dall’ultima avventura, cavaliere e scudiero giunsero presso una radura, in quella terra ancora sconosciuta dove il coraggio li aveva condotti, nel cuore di un ampio spazio di foresta che il crescere delle case aveva risparmiato. Era noto, quel luogo, come «il Parco delle Cave», forse in ricordo delle scintillanti miniere ormai abbandonate da cui, in passato, erano certamente emerse sterminate ricchezze. Si fermarono sulle rive di un piccolo lago, poco più di una pozza d’acqua. Le acque, gelide in quel rigido inverno, servirono tanto a mondare corpi e abiti dal fango e dal sangue, quanto a dare sollievo alle povere membra dei nostri eroi già tutte coperte di lividi. Ebbero così un po’ di riposo e si poterono dedicare a riarticolare, oltre agli arti ormai pesti, anche qualche idea sulle avventure passate e su quelle future. Trascorsero, così, una buona mezz’ora in silenzio, cullando i pensieri nel fluire delle acque, finché gli spruzzi provocati da un balzo repentino di una trota iridata non spezzarono il silenzio.
Ridestatisi – il Cavaliere dagli amorosi pensieri che era solito rivolgere alla divina Dulcinea e lo scudiero dalla consueta preoccupazione per la promozione a governatore che gli appariva sempre più lontana – presero a parlare tra loro di quanto il mondo avesse ancora bisogno delle prodezze della cavalleria, perché a così tanti torti era sottoposta la povera gente da disperare, ormai, che esistesse qualcuno capace di portare aiuto.
V’era lì, poco distante dai due, un piccolo gruppo di fanciulli che se ne stavano all’ombra di un grande tiglio, un po’ annoiati, un po’ distratti, a oziare, incuranti del cavaliere e del suo scudiero, le teste chine su strani dispositivi che, come specchi, sembravano impossessarsi di tutta la loro attenzione. Quando li scorse, il Cavaliere dalla Triste Figura, massaggiandosi una spalla che da giorni non era più in grado di sollevare se non con l’aiuto dell’altro braccio, disse:
— Il male, Sancho, avvince a sé i cuori di tutti e regna ormai spietatamente non solo in questa terra, ma, io temo, in tutte le lande dell’immenso mondo. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è il destino di tante fanciulle e di tanti fanciulli che appaiono ormai condannati a non conoscere l’eroismo delle antiche storie, che ormai nessuno più racconta. Guarda quel manipolo di ragazzi: è certo che un incantesimo li tenga prigionieri, altrimenti sarebbero occupati in giochi e fantasie, come è bene che siano sempre le giovani vite, per prepararsi alle avventure che dovranno affrontare una volta cresciuti.
— Vossignoria dice cose troppo difficili per un povero scudiero qual sono io — rispose tosto Sancho — ma io temo che, se il mondo andrà avanti così, non saranno certo le favole a mancare ai fanciulli, ma un buon pezzo di pane o, quantomeno, il formaggio da mettergli sopra. Cosa se ne faranno, i piccoli, di eroismo e di cavalleria se non avranno un mestiere sicuro e onesto che dia loro modo di procurarsi un desco e tutto il necessario per imbandirlo? «Con la pancia vuota non si ragiona», era solito dire un mio lontano parente. E subito aggiungeva: «la pancia piena fa stare zitta la testa».
— Ma dove vai a parare, Sancho — strillò don Chisciotte stizzito — mettendoti a infilzare proverbi e detti senza fine? I proverbi dicon tutto e il suo contrario e non è certo di tali insipienti meschinità che han bisogno i ragazzi, ma del coraggio di imparare, di sognare, di viaggiare erranti per il mondo, che sarebbe così bello e nobile se solo i perfidi trucchi degli incantatori non lo rendessero volgare e sciatto.
— Non se la prende con me, mio Signore — fece quello — se non ho studiato a Madrid o a Salamanca! Ma d’altronde, tutti quelli che han studiato, lo vede bene anche la signoria vostra, come han ridotto il mondo? Se ne stanno chiusi nelle loro camere impolverate, nulla sanno della povera gente che, a furia di libri e libri che dicon tutti cose diverse, non sa più cos’è falso e cos’è vero. Sarò un povero ignorante, ma perfino io ho gli occhi per vedere che con i libri non ci si riempie la pancia: «prima il pane e poi la morale», diceva quel mio parente.
— Taci, una buona volta e lascia parlare chi ha il cuore grande e sempre pronto ad aggiustar torti! — ribatté tosto don Chisciotte. — A questa iniquità noi porremo rimedio, caro Sancho, come è vero che mi chiamo Don Chisciotte dalla Mancia. Guarda questo immenso mare che ci sta davanti: visto da lontano sembra placido, ma non appena ti avvicini si palesano gorghi e rapide. Se lo si vuol attraversare, serve una barca robusta: vedi bene come i rami e le foglie secche son trascinate giù nel fondo. Ecco, la vita dei fanciulli è come quest’acqua apparentemente placida ma piena di insidie. Tu e io, caro Sancho, costruiremo un navigio robusto e ci faremo marinai e insegneremo ai giovani figli e alle giovani figlie di questa regione l’arte del navigare. Anche il nobile Apollonio, che fu nobilissimo tra i cavalieri, come è scritto nel Romans d’Apollonius de Tyr, (Li romans d’Apollonius de Tyr è un romanzo del XII secolo, di autore anonimo, scritto in francese antico e ispirato a un testo più antico, composto probabilmente tra il III e il V secolo in latino tardo. NdR) abbandonò il suo destriero e le nobili armi e strinse una gomena invece di una spada, avendo per scudo un pappafico. Attraversò mari perigliosi e mai tremò, neppure di fronte a onde che erano alte più assai di quei giganti che insieme affrontammo nel nostro primo viaggio.
Al che rispose il buon Sancho: — Signor mio, dove sarebbe questo mare periglioso? Io vedo qui davanti poco più di una pozza, senza neppure un fiume che entri ad alimentarla e le cui rive si possono percorrere nel breve tempo in cui si canta una canzone! In tutti i casi si compiaccia, per carità, di lasciarmi fuori da questa sua nuova avventura, che io non so affatto nuotare, né in questo stagno, né in quello del mio paese, dove, anzi, da ragazzo quasi vi affogai un giorno, inseguendo un’oca che s’era deciso di cucinare per la festa del Santo Patrono. L’acqua non fa per me, povero contadino! E temo, a dire il vero, che neppure faccia per voi, ché con pettorale, spallaccio, panzera e cosciali, fareste, nell’acqua, la stessa fine che fa un sasso!
— Pigro e pauroso scudiero che non sei altro — rispose il cavaliere — non mi stupisce che il mio antico nemico, il mago Frestone, si accanisca su di te e trasformi nella tua mente semplice la vastità del mare in una pozza d’acqua morta. Se rinunciassimo noi per timore di un poco di umidità, non potremmo mai dare ai giovani cuori l’ardore dell’avventura e del viaggio per lo sterminato mondo! Alzati su, non perder tempo, vinci la pigrizia e sconfiggi la paura: dedicherò il mio impegno ardimentoso a Dulcinea, che nel Toboso è la più bella tra tutte le belle, e la più nobile e delicata tra tutte le creature. E tu mi aiuterai a costruire il più imponente e sicuro di tutti i vascelli. Con esso, insieme a questi giovani amici, attraverseremo il mare della cultura che mai ha fine; incontreremo di certo i mostri e i briganti di cui parlano le storie, ché esse mai mentono. Ma pagheremo questo prezzo, per mostrare ai piccoli il mondo intero, immenso e meraviglioso! E chissà mai che in questo sterminato oceano non si giunga finalmente all’isola che ti ho promesso tanti anni fa, così che tu, reso saggio dalle avventure, possa diventarne il governatore.
Così, senza più esitare e incuranti dei colpi che le ultime avventure avevano inferto ai loro corpi, don Chisciotte e Sancho si misero al lavoro, il primo affinché la nobile arte della cavalleria potesse diventare di sprono per le giovani menti, il secondo perché già sognava gli agi e le tavole bandite dell’agognata corte. Trasformata la spada in ascia e la lancia in trapano, arrangiarono a zattera delle vecchie assi di legno, certo un tempo servite da stabbia per le vacche, che trovarono poco lontano.
Il trambusto destò l’attenzione dei ragazzi, sì che cinque di loro, incuranti delle risate e delle celie degli altri, abbandonarono i loro ozi e si misero a osservare l’alacre lavoro dei due strampalati sconosciuti fino al tramonto del sole. Il giorno dopo, però, di nuovo corsero al prato di buon mattino e, vinta la timidezza e la diffidenza, cominciarono loro stessi a segare, piallare e prender misure. La più grande dei cinque, che rispondeva al nome di Elisabet, corse finanche al limite delle case e, entrata di socquatto in una locanda, sottrasse due lenzuola che se ne stavano appese ad asciugare, sicché ebbero stoffa da cucire insieme e prepararono alla bell’e meglio una grande vela. Matìa e Rafael si occuparono di impeciare lo scafo, Sofía pensò alla cambusa (perché nelle avventure c’è pur sempre bisogno di mangiare) mentre Alejandro allietava il gruppo con storielle e facezie.
Don Chisciotte e Sancho lavorarono per tre giorni e tre notti, a dispregio della stanchezza e della fame. Ogni sera, al tramonto, i cinque giovani amici rincasavano, per ritornare tosto al mattino, poiché da tempo non erano stati tanto così lieti di fare qualcosa insieme e di sognare avventure. Sicché al termine dell’opera, una zattera abbastanza resistente per affrontare i vortici e le correnti del più tumultuoso degli oceani, fu finalmente varata.
E poiché i veri cavalieri, pur coprendosi d’onore, sanno bene che l’orgoglio è il più orrendo dei peccati, don Chisciotte chiamò il suo veliero Piccioletta barca, temendo più gli abissi di un cuore superbo che il fondo stesso del mare. Caricato a forza sul navigio il prode Ronzinante (che di questa avventura proprio sembrava non volerne sapere), invitati i giovani amici a salire e incaricato Sancho di mollare le cime e di saltare tosto a bordo, il prode cavaliere si mise al timone per una nuova avventura, la prima che visse in compagnia di cuori giovani, innocenti e valorosi.
