
PER CONOSCERE LA STORIA…

“LECTOR IN FABULA”
MILLE E UNA FINZIONE

Storie, favole, fiabe che non si distinguono più dalla realtà… non si può parlarne senza andare con il pensiero a un’opera nella quale moltissimi scrittori moderni hanno riconosciuto l’archetipo stesso del racconto infinito, della finzione in cui ci si può perdere, del labirinto delle narrazioni. Gioiello narrativo del mondo orientale, storia di storie, raccolta di raccolte, Le mille e una notte è l’esempio vivente di come le finzioni possano salvare (o perdere) una vita. Gli scrittori più raffinati del Novecento (da Borges a Cristina Campo) se ne sono innamorati proprio per l’intreccio inestricabile di racconti gemmati l’uno nell’altro: i personaggi di una storia aprono nuovi fili narrativi, talvolta ne termina uno, ma subito un altro riparte. Come un’espressione matematica in cui le parentesi graffe, quadre e tonde non finiscono mai.
È forse la prima volta che la Piccioletta barca arrischia la sua navigazione in acque non europee, verso l’oriente misterioso e magico. Misteriosa è anche l’origine della raccolta di storie e, ovviamente, la sua datazione. Che molto materiale risalga a un’epoca dell’oralità è scontato (i racconti provengono ora dall’India, ora dall’Arabia, ora dalla Persia…), ma più che le singole storie qui quel che conta è proprio la raccolta. Leggiamo per la prima volta dell’esistenza del libro in un appunto del IX secolo: in Siria un ebreo scrive di avere prestato a un tale un manoscritto con questo titolo. Conosciamo alcune versioni del Duecento e sappiamo che la penetrazione e la diffusione nella cultura europea risale al primo Rinascimento. Delle edizioni europee si ricorda la prima, fondamentale, è quella di Galland, nella Francia del 1700; un secolo dopo l’Inghilterra vittoriana pubblica la sua raccolta, edulcorata e censurata; in Italia dobbiamo aspettare il 1948 per avere una traduzione. Ciascuna di queste edizioni, sia chiaro, è diversa dall’altra: in un certo senso il romanzo non esiste da nessuna parte – notava Cristina Campo.
Le novelle non sono mai le stesse e, a ogni buon conto, non sono mai mille (Mil, in arabo, significa anche infinito). Certo, alcune non mancano mai e forse anche per questo sono diventate famose: Aladino e la lampada magica, Alì Babà e i Quaranta ladroni, Sinbad il marinaio.
La narrazione orientale, a differenza della nostra, figlia di quella greca, non è concentrata sulla morale o sul senso, ma in qualche modo l’intreccio basta a creare attesa; ecco allora che, così come l’arte araba – non figurativa per esigenza religiosa – si scioglie nell’infinito andare della linea (in cui la scrittura diventa decorazione e il decoro si riempie di scritte), altrettanto le vicende dei personaggi si dipanano senza sosta sotto gli occhi del lettore.
Invariata rimane, invece, la grande cornice in cui tutte si inseriscono e che consegna a ciascuna storia il suo significato. In breve, si tratta di questo.
Due nobili fratelli, figli del Gran Sultano (secondo alcuni intrepreti della dinastia persiana del Sassanidi), alla morte del padre si trovano l’uno (Shahriyar) a succedergli, l’altro (Shahzaman) a vivere ritirato a Samarcanda, capitale della Gran Tartaria. Una triste cosa accomuna il destino dei due fratelli: il tradimento delle loro amate mogli. Il primo ad accorgersene è Shahzaman che un giorno, tornando inaspettatamente dai suoi affari, trova la moglie intrattenersi con un altro uomo. Preso dalla furia uccide entrambi e poi raggiunge il fratello, ormai già diventato Sultano. Invece di trovare consolazione, dopo non molto tempo, scopre che anche la cognata è traditrice; costretto dal fratello a svelare il motivo della sua tristezza, gli svela non solo l’affronto fatto al proprio, ma anche all’onore di quello.
Shahriyar, fatte le sue indagini e verificato il racconto del fratello si sbarazza della propria moglie. Il dolore è così grande e così ferma è la convinzione dell’animo perfido delle donne da portarlo a una scelta estrema: sposare ogni mattina una donna nuova, goderne ogni notte e ucciderla la mattina seguente. Così, nella grande capitale, tutte le donne in età da marito vivono nella paura di essere scelte e uccise. A fermare la catena di violenza giunge Sharazad, figlia unica del gran visir; ella si offre liberamente di sposare Shahriyar, convinta di fermare la violenza contro sé e contro tutte le donne.
Grande e caparbia è la reazione del Visir, che prova a dissuaderla raccontandole (ovviamente!) una favola che parla di amore e di ostinazione. Sharazad, però, non si lascia convincere e si immola per tutte le altre donne, sposando il sultano.
È proprio al capezzale di Shahriyar che ascoltiamo le «mille e una» storia: aiutata dalla sorella, mette in atto uno stratagemma. Poco prima del mattino incomincia il suo tessuto di narrazioni, una dentro l’altra, che cosicché, al sorgere del sole, quando cioè è tempo per lei di morire, molte parentesi non sono ancora chiuse: il Sultano, che dovrebbe chiederle la vita non domanda altro che conoscere, la notte seguente, il proseguo della storia. Come una Penelope orientale, la donna tesse, senza mai finirle, le sue trame per sottrarsi a un destino che non vuole.
Lo stratagemma dura, appunto, per mille notti. La successiva le storie finiscono e la donna domanda che ne sarà di lei. Sorprendente è, per il lettore moderno, la risposta del Sultano: «le ultime storie mi hanno annoiato, per questo meriti di morire». Tutto è stato, dunque, inutile? La finzione non salva nessuno? Sharazad ha un ultimo dono da offrire, anzi, tre: i figli che, durante le mille e una notte, sono nati. È di fronte a questi che Shahriyar storna la sua ira: senza la madre non possono vivere. Guardando non alle finzioni, ma a ciò che di vero attraverso di esse è nato, la storia trova il suo lieto fine: la donna è salva e l’intero regno ritrova la pace.
La finzione, però, non è nemica della vita, ma la rende possibile. È come un cavallo di Troia che entra nella stanza del Sultano e rovescia le sorti della storia. Ma non è questa l’unica risonanza alle opere che abbiamo ascoltato insieme. Matilde pensa ad Anfitrione: anche lì l’inganno si risolve quando emerge, semplicemente, la verità svelata da Zeus, l’ingannatore. Non solo: come il Re degli dei aveva triplicato il tempo di una notte per stare con Alcmena, Sharazad moltiplica il suo tempo per mille.
Non sono dunque le finzioni che salvano, ma la realtà che, mentre noi fingiamo, avanza inesorabile sul suo cammino di vita.
