
SENTIERI INTERROTTI
PACE È UNA PAROLA DA PROTEGGERE

La velocità con cui le notizie sullo scenario internazionale si evolvono rischia di rendere ogni evento qualcosa di vecchio, di passato, facendo cadere nel dimenticatoio anche vicende che meriterebbero di essere pensate con attenzione. Cerchiamo, con i nostri ragazzi, di combattere questa bulimia di informazioni e torniamo, a distanza di tempo, su ciò che accade attorno a noi. Un mese fa, giorno più, giorno meno, si è riunito a Washington il Board of Peace, un’organizzazione internazionale che dovrebbe, da statuto, garantire la pace nel mondo, a partire dalla complessa situazione di Gaza. Se ne scrivo a distanza di un mese è perché in questa mossa strategica surreale, di cui ci siamo presto tutti dimenticati, c’è qualcosa di profondamente ambiguo e sinistro.
Non abbiamo analisti di geopolitica tra noi, tuttavia, in Piccioletta barca siamo esperti di parole. La costituzione del Board of peace, da questo punto di vista, ha un significato simbolico importante e preoccupante: la colonizzazione, l’impossessamento di una parola – pace – che è una delle poche che erano rimaste in qualche modo ancora libere, pure, che potevano abitare nell’ambito degli ideali e che potevano quindi, per così dire, non appartenere a nessuno.
Spesso si è sorriso della pretesa del presidente Trump di ricevere il Nobel per la pace, ma credo che ci sia poco di ingenuo. Su questo tema, invece la strategia sembrerebbe essere questa: trasformare la pace in un oggetto per cui competere, farne una sorta di gara in cui il primo che arriva vince una medaglia. È evidente che il Nobel per la pace non è mai stata una competizione, ma un gesto di gratitudine e di celebrazione: trasformarlo in una gara significa già dare alla pace una figura ben precisa, quella del progetto di un singolo individuo che vince sugli altri. Il Board of Peace è una versione ancora più estrema di questo scivolamento simbolico. Non è un caso che si sia parlato molto di quel ‘biglietto di ingresso’ da un miliardo di dollari per ogni paese, come se la pace fosse affidata a un club privato di individui molto benestanti e dai loro sodali che poi sarebbero chiamati a imporla su tutti gli altri. Anche il tenore della discussione, da ciò che è trapelato nei giornali, non è diverso: per fare la pace ci vogliono i soldi, molti soldi: alla fine la pace è una merce che si può comprare.
Una simile impostazione è una palese delegittimazione del multilateralismo che era nato dopo la Seconda guerra mondiale. L’intervento fiume di qualche mese fa di Donald Trump alle Nazioni Unite – contro le Nazioni Unite – è stato il vero punto di partenza di questo progetto. Anche in questo caso c’è chi ha sorriso, ma se si collega quel discorso al Board of Peace il messaggio è chiarissimo: il multilateralismo non funziona, il dialogo tra pari non funziona, ci vuole un unico attore che decida, insieme ai suoi vassalli.
Per curiosità ho letto lo statuto dell’organizzazione (disponibile online): è un’esperienza che consiglio a chiunque. Il primo Presidente (ovviamente Donald Trump) ha il potere di nominare non solo il comitato esecutivo, ma anche di decidere quale stato membro può essere escluso e persino di scegliere il suo successore. Chi, come noi per la Piccioletta barca, ha dovuto scrivere uno statuto di un’associazione, sa bene che ci sono regole di rappresentanza e di democrazia. Un’organizzazione internazionale apparentemente potentissima, invece, ha uno statuto che non andrebbe bene neppure per una bocciofila o per un circolo ricreativo parrocchiale. Il messaggio, però, è chiarissimo: la legittimazione non si basa sui principi della legalità e della giustizia, ma sulla forza. Questa forza sarebbe di fatto ciò che può generare la pace: ma questa è precisamente la prospettiva contro cui gli organismi internazionali non hanno cessato di lottare. Proprio l’arroganza dei più forti che ha sempre ostacolato il funzionamento delle Nazioni Unite. Da questo punto di vista il Board of Peace ha già raggiunto il suo scopo – che non è certo la ricostruzione di Gaza – nell’affermare la possibilità che la forza vinca su qualsiasi principio democratico.
Nei giorni precedenti all’incontro di Washington l’amministrazione americana si è persino detta stupita e delusa del fatto che i grandi leader religiosi, primo tra tutti il papa, non abbiano accettato di partecipare all’incontro. Una simile affermazione è il capolavoro retorico di questo progetto, l’ultima fase della colonizzazione della parola ‘Pace’. Come dire: se stiamo parlando della stessa cosa, perché le religioni non sono dalla nostra parte?
Giovanni XXIII, nella Pace in terris, chiariva che la pace si fonda sulla giustizia e che la giustizia si fonda sulla verità. Questi sono i tre pilastri assoluti della vita umana: non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza verità. Una pace senza giustizia si chiama oppressione e una giustizia senza verità si chiama sopruso. È chiarissimo che oggi è in atto un’opera costante di manipolazione della verità, portata avanti con strumenti straordinariamente raffinati, ma soprattutto con una vera e propria inondazione di parole e discorsi vuoti e palesemente falsi. La scoperta di questi nuovi poteri è che se sommergiamo il mondo di parole discordanti, il discorso della verità diventerà impraticabile. A questa raffinata erosione simbolica si risponde solo mettendosi pazientemente alla ricerca e al servizio della verità. L’opera è quotidiana e culturale e dovrebbe coinvolgerci tutti, dal primo all’ultimo, nonostante le nostre differenze. Su quest’opera culturale la Piccioletta barca è orgogliosamente al lavoro da quasi dieci anni.
