
NON C’È NASO CHE TENGA…

SENTIERI INTERROTTI
GRAZIA DELEDDA

Con una punta di malcelato risentimento, Matilde Serao – l’ultima penna femminile di cui ho scritto qualche tempo fa – dichiarò che, quando nel 1926 era in corsa con Grazia Deledda per il Nobel per la Letteratura, Mussolini intervenne personalmente contro la sua candidatura, poiché la giornalista mai aveva nascosta la sua avversione al fascismo. Fu così che Grazia Deledda il 10 novembre 1927 (ma il riconoscimento si riferiva all’anno precedente, rimasto senza vincitori) fu insignita del prestigioso premio: unica donna dei sei scrittori italiani a fregiarsi, a oggi, dell’alta onorificenza.
Non che Grazia Deledda si lasciò mai incantare o sedurre dal fascismo, ma certamente, nel panorama culturale e sociale dell’epoca, fu una figura più schiva e assai più introversa della Serao e fu ritenuta voce meno ostile e meno temibile. Valutazione quanto mai semplicistica e errata, perché se ci fu mai scrittrice indomabile e rivoluzionaria, quella fu proprio Grazia Deledda.
Conosciamola attraverso le parole di esordio del suo discorso a Stoccolma:
Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così.
Quanta forza in questa fulminea autobiografia! Non alzò mai la voce, Grazia; non fece mai rumore e le sue pagine sono acquerelli dai colori tenui, sussurranti proprio come il vento di Sardegna che fa danzare in onde sinuose le sue canne altissime. Eppure, senza far rumore, arrivò al vertice della letteratura.
Una terra, la Sardegna, che ho cominciato a conoscere solo in tempi recenti, godendo dell’opportunità, grazie al lavoro di mia sorella, di visitarla sempre fuori dalla stagione delle spiagge affollate. Ricordo la prima passeggiata nei pressi degli stagni di Cagliari: camminavamo lentamente e canne dai piumini dorati si inchinavano al nostro passaggio, una solitaria o tante in ciuffi concordi: epifania di una memoria letteraria depositata nel fondo del cuore. Canne al vento: morbide e forti, mobili e tenaci, modeste e fiere come le donne del romanzo, come gli abitanti di quest’isola, ancora così isolata. Negli anni, da sud, tappa dopo tappa, sono risalita lentamente verso nord, lungo quell’unica arteria Carlo Felice, che non pretende di diventare autostrada e costringe a una andatura lenta, come il ritmo della vita che scorre lontano dal continente.
Eccomi a Nuoro, con l’accento sulla u, non facile da pronunciare. Nùoro: Atene della Sardegna, mi dicono. E subito entro in sintonia con la città che, effettivamente, piccola com’è, fu fucina di talenti dell’anima, come lo scultore Francesco Ciusa e il grande giurista Salvatore Satta.
Ecco la casa natale della scrittrice, oggi colto e ricco museo, bello e intenso di quella bellezza e di quella intensità sussurrate come furono le sue e come furono i suoi libri. Ad accogliermi, abbarbicato sul portone del cortile, un glicine maestoso; penso al mio, che ho lasciato appena in fiore a Milano: l’ho piantato sul balcone l’anno scorso, gli ho donato il vaso più grande che lo spazio consentisse, lo curo con tutta me stessa… ma sembra proprio il fratellino povero di questo sardo: pur bellissime e generose, le nostre piante non possono certo competere in potenza di colore, profumo, turgidezza con quelle isolane.
In questa casa, Grazia, nata nel 1871, visse fino al 1899: quarta di sette figli, ricevette un’ottima educazione, non tanto a scuola quanto, dalla quinta elementare in poi, a casa, seguita privatamente da un maestro di grandissima cultura e umanità; proseguì gli studi come autodidatta, maturando un profondo amore per la letteratura classica, cui diede corpo nei suoi primi scritti giovanili. Ma la famiglia e la società nuorese non erano certo pronte a spalancare la finestra e lasciare che questa aspirazione poetica, sincera e profonda, riempisse le stanze della casa e le vie della città. Combattendo una lotta impari, Grazia, già a sedici anni, inviò i primi racconti — Sangue sardo e Remigia Helder – a Roma, dove furono apprezzati e pubblicati su una rivista di successo, L’ultima moda, che accolse subito dopo, il suo primo romanzo, Memorie di Fernanda, pubblicandolo a puntate. In nuce, il romanzo presenta i temi che sempre saranno cari alla scrittrice: l’adolescente Fernanda ascolta i racconti di un vecchio moribondo, in cui personaggi diversi sono protagonisti di amori, passioni, scandali e intrighi: è evidente la pulsione all’evasione e all’avventura di una ragazza poco più che adolescente…
Il secondo romanzo, Anime oneste, accolto con favore da severi censori letterari allora in voga, dipinge con maestria tanto il paesaggio isolano, quanto i ritratti dei protagonisti di un dramma umano fatto di amori e sentimenti sbagliati, di melanconia e gelosie, segreti, desideri repressi: è la sua Sardegna, è la sua vita, desiderosa di evadere. Cosima, quasi Grazia è l’opera autobiografica, eppur romanzata, che tanto racconta l’interiorità della scrittrice. Incompiuta e uscita postuma nel 1937, la storia accompagna una bambina intelligente e curiosa, che si muove nelle stanze che percorro rapita, immergendomi in un mondo che, se non esiste nemmeno più in Sardegna, certo non può essere esistito in continente. La cucina, la dispensa, la stanza di Grazia, sono state sistemate proprio grazie alle pagine di questo e altri libri:
E la cucina era, come in tutte le case ancora patriarcali, l’ambiente più abitato, più tiepido di vita e d’intimità. C’era il camino, ma anche un focolare centrale, segnato da quattro liste di pietra: e sopra, ad altezza d’uomo, attaccato con quattro corde di pelo alle grosse travi del soffitto di canne annerite dal fumo, un graticciato di un metro quadrato circa, sul quale stavano quasi sempre, esposte al fumo che le induriva, piccole forme di cacio pecorino, delle quali l’odore si spandeva tutto intorno.
Si può percepire ancora il profumo di quel pecorino, se si inspira chiudendo gli occhi…
Nel 1899, Grazia, che ormai collabora con riviste sarde, romane e anche milanesi, si trasferisce a Cagliari, dove conosce Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle finanze, e lo sposa dopo brevissimo tempo.
I due si trasferiscono in provincia di Mantova, luogo natale del marito, e poi definitivamente a Roma, dove l’uomo, caso più unico che raro nella storia dell’umanità, decide addirittura di lasciare il suo impiego per sostenere la moglie, diventandone agente letterario: bellissimo! Con i due figli, la coppia vive da allora una vita tranquilla e riservata nella casa romana, dove Grazia ha una stanza tutta per sé, ricostruita fedelmente nel sotterraneo del museo nuorese, là dove erano originariamente le cantine: pavimento in parquet, carta da parati, lampadario ornato di nappine, tenda di velluto.
In quello studio nascono i grandi romanzi della Deledda: Elias Portolu nel 1903, Cenere nel 1904, L’edera nel 1908 e poi, in un climax ascendente, Sino al confine, Colombi e sparvieri, fino al capolavoro Canne al vento del 1913, che le valse la prima candidatura al Premio Nobel per la letteratura.
Ammirata da molti, fu particolarmente, e non a caso, apprezzata da Verga, isolano anch’egli, il quale condivise con lei non solo l’amore per la propria terra, ma la straordinaria capacità di fare assurgere una terra isolata e appartata (benché Sicilia e Sardegna differiscano in modo incredibile!) a luogo universale, dove tempo e spazio travalicano il mare e il calendario e portano messaggi carichi di modernità e attualità. Quanto più radicati nella cultura e nella tradizione sarda, tanto più i romanzi di Grazia Deledda sono forieri di un’umanità universale, il cui animo è scandagliato e raccontato con un’acutezza e una sensibilità tali da renderli vicini a tutti noi. Profonda conoscitrice e amante della letteratura russa, Deledda intrattenne un rapporto epistolare con la famiglia di Dostoevskij, che definiva il più grande artista moderno.
Non posso non accennare all’impegno sociale di Grazia e, soprattutto, alla candidatura al Parlamento italiano, prima donna della storia: nel marzo del 1909, quando le donne sono ancora ben lontane dal diritto al voto, nelle liste per le elezioni alla ventitreesima Legislatura del Regno d’Italia, il nome della scrittrice compare nelle liste del Partito Radicale Italiano, nel collegio di Nuoro della Camera: chiaramente i tempi non erano maturi per una sua affermazione (dei 34 voti da lei ottenuti, 31 furono contestati), ma questa fu certamente una importante orma sul cammino del suffragio femminile e del ruolo delle donne in politica. Quanto coraggio in una donna che non ebbe mai necessità di alzare la voce né di apparire!
Sulle tracce del caro Presidente Mattarella, che ha recentemente visitato Nuoro nel centenario del grande Premio Nobel, festeggiamo anche noi Grazia Deledda, promettendole che mai, in Piccioletta barca, contrarieremo e mai manderemo sulla strada dei monti una bambina che coglieremo intenta a scrivere versi…
