
L’ESTATE DI PICASSO

GRAZIA DELEDDA
NON C’È NASO CHE TENGA…

Pur con tutta l’importanza del suo naso, che può servire da scrivania, o da portagioielli e magari anche da insegna di gran profumeria, Cyrano non può certo competere con il naso più famoso della letteratura mondiale: quello di Pinocchio. I numeri della fama del burattino creato da Collodi sono impressionanti: il libro italiano più tradotto al mondo, il secondo libro della letteratura universale più tradotto, dopo la Bibbia: duecentoquaranta lingue!
La maggior parte dei ragazzi conosce la storia grazie all’interpretazione di Walt Disney, come sempre bellissima ma anche, come sempre, grande addomesticamento di un libro che, come vedremo, è a tratti buio, complesso, persino inquietante. Come per don Chisciotte (e forse ancora di più) il personaggio è diventato iconico, si è separato dalla narrazione, come un burattino che può essere usato in mille avventure, anche molto lontane dalle intenzioni del suo creatore il quale — ironia della sorte! — si ritrova forse un po’ come Geppetto a domandarsi dove sia finito quel pezzo di legno che aveva con tanta maestria contribuito a plasmare.
Le intenzioni originali di Collodi (al secolo Carlo Lorenzini, nato a Firenze nel 1826 e morto nella stessa città nel 1890) erano complesse, intrecciate sicuramente con lo spirito risorgimentale che lo aveva appassionato e lo aveva spinto a partecipare alla Prima e alla Seconda guerra d’indipendenza (1848, 1859). E, poiché, fatta l’Italia, si trattò di fare gli Italiani, una semplice storia per bambini era un atto politico: la costruzione di una lingua comune (ispirata, ovviamente, al toscano) e di una coscienza condivisa. Così, dopo avere collaborato con il Ministero dell’Istruzione alla stesura del primo vocabolario di Italiano, Collodi, di professione giornalista, si dedicò ai più piccoli. Eppure, si dice, non furono solo motivi nobili a spingere Carlo a pubblicare a puntate le avventure del burattino più famoso del mondo: i debiti di gioco (forse contratti con qualche Gatto o Volpe dell’epoca) lo spinsero a mandare una volta a settimana al direttore del Giornale per i bambini, a partire dal 1881, i primi episodi della storia intitolata, all’epoca, Storia di un burattino. Una “bambinata”, così la presentò, che però avrebbe dovuto quantomeno permettergli di sbarcare il lunario.
Nascono spesso così, d’altra parte, le grandi storie: in un misto tra gli ideali eroici e le pratiche ingarbugliate e complesse della vita quotidiana, con le quali i progetti più alti devono sempre fare i conti, proprio come Pinocchio deve fare i conti con le distrazioni che, passo dopo passo, lo allontanano dal grande progetto di diventare, da burattino, bambino.
Le svolte impreviste del suo personaggio, d’altra parte, fecero il romanzo poco alla volta, visto che l’autore probabilmente non partì con un piano preciso. Anzi, se un piano ci fu, egli dovette rinunciarvi presto: dopo aver fatto morire impiccato il burattino nell’ottobre del 1881 dopo una decina di puntate, nel febbraio 1882, viste le proteste dei piccoli lettori che del personaggio si erano letteralmente innamorati, riprese la storia, affidando alla bambina dai capelli turchini (diventata per occasione una fata) il compito di resuscitarlo.
Il romanzo, in forma unitaria, uscì nel 1883, con la versione che tutti conosciamo. O, sarebbe meglio dire, che tutti pensiamo di conoscere, perché niente è come sembra. C’è da aspettarselo, in quella finzione di finzioni che è un burattino: se già il teatro finge, il teatro dei burattini finge alla seconda, finge una finzione, finge un teatro.
Ecco, allora, che Geppetto (apparentemente l’incarnazione dell’uomo buono, docile e vittima dei capricci del suo amato figliolo) in realtà non sembra inseguire, almeno all’inizio, un desiderio di paternità, ma una nuova idea di business. E Mangiafuoco, che ha terrorizzato generazioni di bambini, in realtà è un omaccione tenero, che, quando si commuove, invece di piangere, starnutisce; è lui a regalare cinque monete d’oro al burattino per il suo povero papà, invece di bruciarlo come aveva minacciato di fare.
E che dire della bambina dai capelli turchini che, seppure sempre pronta a fare il bene di Pinocchio, a ogni apparizione non fa che parlare di morte, fino a fingere la propria, gettando il povero burattino in uno sconforto profondo quanto inutile? Certo, nell’Ottocento la letteratura per ragazzi non esisteva ancora e ciò che oggi ci appare del tutto inquietante e inadatto per giovani menti, forse non suscitava la preoccupazione degli adulti.
«C’era una volta… un re, diranno subito i miei piccoli lettori…» incomincia Collodi, per presentarci invece un pezzo di legno che, ben prima di essere un burattino, già parla, si lamenta e prende in giro gli adulti. Mastro Ciliegia è il primo ad averlo tra le mani, ma non sa dargli forma. Così il pezzo di legno raggiunge Geppetto, apostrofandolo già come “il Polendina”, in virtù di quel parrucchino biondo che copre la calvizie del falegname e che Pinocchio, pur non avendo né nome né occhi, già riconosce.
Il falegname si mette al lavoro con un progetto ben preciso in mente: fare un burattino e girare il mondo per fare soldi. Eppure, qualcosa di vivo, come sempre, scombina i progetti…
