
PROCESSO CITTADINANZA

L’ESTATE DI PICASSO
ALZA LE TUE PAROLE, NON LA VOCE

Tace per sempre la voce di Cyrano e la sua morte con la spada in pugno e gli ultimi sulle labbra ci suggerisce una prima riflessione insieme ai ragazzi: il guascone è un perdente o un vincente? È debole o è forte? Alan scinde le due personalità dell’eroe, dicendo che è forte come spadaccino ma debole in quell’amore che non riesce a dichiarare fino alla fine; d’altra parte, continua, se lo paragoniamo a don Chisciotte, oggetto di percosse infinite, l’eroe di Rostand è sempre invitto, salvo che dall’ultimo nemico, la morte. Il confronto tra i due eroi occupa il campo da questo momento: davvero Cyrano ci pare uno dei tanti “figli di don Chisciotte”. Matilde, con la sua consueta sensibilità, giunge al nocciolo della questione: entrambi vivono nella finzione, ma, mentre don Chisciotte crede veramente in ciò che fa, Cyrano ne è pienamente consapevole. Elisa, infatti, dice che l’hidalgo è forte nell’amore – a differenza del guascone – perché elogia e difende la donna che ama nonostante essa non appaia mai. Gabriel sottolinea la forza di Cyrano, che va avanti nonostante il suo difetto fisico e Matilde intuisce che, mentre questi sa usare le sue insicurezze per diventare più forte, il protagonista di Cervantes va avanti perché non è insicuro. Don Chisciotte muore rinnegando la sua finzione, Cyrano confermandola fino in fondo, fino alla morte. Sembra quasi che Cyrano sposti il discorso dal tema della finzione al tema dell’autenticità, in nome della quale egli vive ogni momento: proprio la falsità dell’opportunismo è il grande nemico. Nel confronto tra i due è impossibile non notare la differenza tra i loro amici: Sancho da una parte, Cristiano dall’altra. Il primo è inferiore al suo padrone, apparentemente in tutto; Cristiano, invece, domina per l’aspetto fisico.
Ma, proprio questo, ci fa chiedere: che rapporto c’è tra la bellezza e la grandezza d’animo? In fondo molto spesso si fa coincidere la prima con una sorta di superficialità esistenziale. Matilde propone di considerare che chi è bello, il più delle volte, non deve mai sviluppare altre capacità, perché è al centro dell’attenzione; la sua personalità, in fondo, diventa secondaria. Lorenzo pensa che spesso una persona ha un solo grande pregio, tutti gli altri in fondo vanno in secondo piano. La bellezza, così come la ricchezza, sono due abiti che, abilmente indossati, aprono molte porte senza che ci sia più di tanto bisogno di guadagnarsene l’accesso.
Certo è che Cyrano sembra fare del suo limite (il naso enorme, la bruttezza fisica) un punto di forza: non tanto perché egli lo faccia sparire, ma perché lo interpreta, trova un modo per abitarlo, proprio come accade nei versi in cui da solo, con poetica affilata, schernisce il proprio aspetto. In questa autoironia egli è veramente grande e ci aiuta a pensare cosa significhi che ogni affermazione possa sempre essere detta altrimenti. Qual è la virtù di saper dire un’ovvietà in modi diversi e diversamente ricercati, perché è importante che i ragazzi abbiano un lessico ricco? Gabriel tocca nel segno: trovare modi diversi per esprimere qualcosa è il solo modo che abbiamo per pensarla, per rifletterci, per comprendere. Isabel parla di pesantezza e di leggerezza, mentre Emma sostiene che la molteplicità delle parole vince sempre la noia. Per Federica la chiave è la similitudine, che permette di vedere le cose con uno sguardo diverso, quello sguardo obliquo che cerchiamo sempre insieme ai ragazzi. Lorenzo ripensa agli insegnanti, al fatto che per spiegare qualcosa devono trovare tanti modi diversi per dirlo: è una dote che i ragazzi riconoscono e apprezzano.
Certo che spaventa un po’ il fatto che la parola sia così prossima, nell’opera di Rostand, alla spada: ovviamente tutti sappiamo che è così e sappiamo anche quanto sia doloroso, talvolta, essere colpiti dalle parole. Adham, però, con finezza nota che esistono spade di ferro e spade di legno, parola che uccidono e parole che provocano alla sfida del pensiero.
Pensando a Cyrano, alla sua forza nell’opporsi caparbiamente alla vita e alle sue crudeltà, leggiamo ai ragazzi un noto passaggio del filosofo Pascal, secondo il quale: «L’uomo è solo una canna, la più debole in natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’intero universo si armi per schiacciarlo: basta un vapore, una goccia d’acqua per ucciderlo. Ma anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di ciò che lo uccide, perché egli sa che sta morendo». Nel celebre pensiero pascaliano sembra ritornare la fierezza assoluta con cui Cyrano si erge, infine, davanti alla morte esibendo il suo pennacchio. Certo, questo coraggio spesso ci rende soli e facciamo riflettere i ragazzi su questo pericolo che, per Cyrano, è il pane quotidiano: «spiacere è il mio piacere», ama dire. Samuele ricorda la solitudine di chi ha provato a cambiare veramente le cose, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Matilde e Morgana sono meno idealiste e ritengono che un modo per farsi capire sia necessario, proprio per rendere migliori anche gli altri e associarli al proprio coraggio. Le rassicuriamo: non sempre è un pregio l’isolamento ideale o ideologico, può diventare anche un grande alibi o una sorta di vezzo da esibire.
Certo, la figura dell’eroe di Guascogna è indimenticabile proprio per questo: come don Chisciotte non è un eroe esclusivamente positivo, nasconde una fragilità che è proprio ciò che lo rende umano.
