
MILLE E UNA FINZIONE

MELODIA E FORMA, IMITAZIONE E QUALCHE TRUCCHETTO: LA FINZIONE IN MUSICA
“LECTOR IN FABULA”

Lector in fabula è il titolo di un saggio di Umberto Eco, dove si approfondisce il fondamentale ruolo del lettore nell’atto di leggere: un ruolo tutt’altro che passivo, anzi, al contrario, partecipativo e costitutivo del senso stesso dell’opera d’arte: in questo caso, un libro, ma certamente anche un quadro, una musica, un film che, al pari di un libro, richiedono sempre un’importante attività di lettura. In un testo successivo, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Eco – sulla scorta di precedenti studi anglosassoni che avevano introdotto l’idea di suspension of disbelief, sospensione della incredulità –, approfondisce il concetto di patto finzionale fra autore e lettore: un delicato equilibrio, un’intesa, un tacito accordo per cui chi si immerge nella lettura deve essere disposto a sospendere il giudizio, a mettere da parte lo scetticismo, a prestarsi al gioco, a permettere qualche volta ai conti di non tornare, almeno per la durata della fruizione artistica… Un tema importante e a me caro, quello della finzione letteraria. Sarà anche che il tema della finzione in sé, da mesi al centro del nostro studio e del nostro dialogo con i ragazzi, catalizza in questo tempo la mia attenzione e mi offre continui spunti di riflessione…
Spunto di riflessione che, in questo caso particolare, è stato niente meno che la nuova fiction Sandokan, oggetto di infiniti dibattiti lo scorso dicembre 2025.
Come gli oltre quattro milioni di Italiani, ho guardato i primi episodi, non proprio in loro compagnia, davanti alla tv, ma, quasi per caso, giorni dopo, quando pedalando vigorosamente sulla cyclette, cercavo sull’iPad un intrattenimento piacevole e di conforto.
Ecco che, sulla pagina iniziale della meritevole RaiPlay, mi compare la locandina del film e, colta in parte da nostalgia per i vecchi tempi della tv, in parte dalla stima profonda per il grande Salgari, avvio incuriosita le immagini.
Ero piccola nel 1975, anno del primo storico sceneggiato che però ricordo molto bene. I libri di avventura esotica non sono mai stati il mio genere preferito, devo dire: ne avrò letto uno, forse due, ma in famiglia erano venerati in edizioni bellissime, con rilegature preziose; divorati e conosciuti alla lettera, tali sono passati di generazione in generazione, tanto che anche i miei figli, degli anni duemila, sono esperti della tigre della Malesia.
Non presto il fianco a nessun dibattito su cast, sceneggiatura, doppiatura; non scendo in lizza a fianco di detrattori o entusiasti della nuova serie, perché mi preme correre immediatamente… alla sigla finale! È questa che mi ha lasciato senza parole, suscitando questa riflessione. Lo sceneggiato di Sandokan – che fin dall’inizio si tutela, dichiarandosi come semplicemente ispirato ai personaggi creati da Salgari – è pretesto assoluto per parlare di altro. Accompagnata dalla mitica melodia, la sigla finale presenta una sequenza che recita:
I personaggi e il simbolismo utilizzati sono di fantasia e non intendono rappresentare o riprodurre le sacre pratiche tribali di uno specifico popolo indigeno. Riconosciamo e rispettiamo il significato culturale, spirituale, sociale e storico di tale simbologia e delle comunità a cui appartiene.
Mamma mia! Un po’ tanto, mi pare… Immediatamente, mi spiace dirlo, riecheggia nel mio animo l’antico, fulminante adagio: excusatio non petita, accusatio manifesta. Certo, da sempre, film e sceneggiati, soprattutto le ricostruzioni storiche, interpellano il lettore-spettatore dicendo che riferimenti a fatti o persone realmente esistiti sono puramente casuali: ho sempre trovato sufficiente questa breve frase, soprattutto là dove la ricostruzione storica è precisa e ben fondata; ne traspare un sereno avviso, un consiglio quasi, non certo l’ansia di non offendere o calpestare sensibilità altrui. Episodi, contesti e persone reali sono là, sullo sfondo e, se pur costituiscono la materia del racconto, non ne sono protagonisti veritieri: è chiaro, va bene così, è ben questo il patto fra autore e lettore! Nel nostro nuovo caso, invece, con una scrittura che suona oltremodo angosciata, con l’atteggiamento di chi mette avanti le mani spalancate a dire la sua innocenza, si tirano in ballo addirittura le sacre pratiche tribali di un popolo indigeno…
Ma non è finita: la sequenza successiva non demorde e, semmai, rincara la dose. Cito testualmente:
Nel presente episodio sono presenti (già questa ripetizione mi irrita!) scene pericolose eseguite sotto supervisione di professionisti e in totale sicurezza; si raccomanda di non replicare o ricreare le scene. Questa serie è un’opera di finzione. I fatti e i personaggi narrati e/o rappresentati in questa serie sono frutto della fantasia degli autori. Qualsiasi riferimento a persone vissute o viventi e a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Gli animali utilizzati durante le riprese non hanno subito maltrattamenti.
Come a dire: signore e signori, mi raccomando, non cercate di sventrare una tigre che vi balza addosso furente, saltandole sotto a sciabola sguainata. E non cercate neppure di uccidere a mani nude un boa constrictor, perché, badate bene, Sandokan, che non è realmente esistito, non lo ha fatto per davvero e, state sereni, gli animali stanno bene e sono salvi.
Beh, ma così c’è qualcosa che non va, decisamente! Intanto, avete miseramente sgonfiato in un istante, come il peggio riuscito dei soufflé, la magia, il sogno, la fantasia di chi, con il fiato sospeso, si è prestato a trepidare guardando le iconiche sequenze, esattamente in virtù di quella ‘sospensione dell’incredulità’ cui volentieri aveva aderito. E poi, se le cose stanno così, se davvero il lettore – lo spettatore in questo caso – viene considerato a tal punto decerebrato, perché non raccomandargli anche di non sgozzare altri esseri umani, come fanno gli intrepidi tigrotti di Mompracem e gli uomini del sultano, né di dare fuoco alle foreste, né di bastonare e prendere a calci gli schiavi? E perché non rassicurarlo, sottoscrivendo che nessun essere umano ha subito maltrattamenti, che gli indigeni non sono stati torturati, che neanche un centimetro quadrato di verde è andato a fuoco per davvero, che la donna che è avanzata fiera nelle sabbie mobili e lentamente sprofondata – scena angosciantissima per me, per esempio – non è realmente soffocata?
Un politically correct meschinello e un poco parziale, questo che pensa solo agli animali; sarà che gli animali vanno tanto di moda attualmente…
La verità è che qualcosa proprio non funziona nel verso giusto in questo mondo contemporaneo, dove la tutela di sé – del proprio operato, delle proprie parole, dei propri gesti, dei propri dati, della propria vita privata – domina su tutto, ma non produce libertà; dove le magnanime dichiarazioni d’intenti e l’ostentazione di cura verso le minoranze imperversano, ma non trovano riscontro nel quotidiano; dove la zuccherosa sollecitudine nei confronti degli ultimi e dei deboli è orgogliosamente esposta in vetrina, ma non ha alcuna ricaduta sulla realtà…
Ho riaperto, sempre per nostalgia, un libro di Salgari, dove subito nelle prime pagine appare la galleria dei volti dei compagni del pirata, fatta di ‘negritos dai lineamenti ributtanti’, di ‘cinesi gialli’ e di ‘uomini dai volti dalla tinta fosca’… Certo, a noi queste espressioni non suonano bene, eppure – e non me ne si voglia – quanta passione in queste descrizioni meticolose, e quanto rispetto per quei mondi esotici e irraggiungibili, quanto studio in quell’uomo di Verona che consumò la sua vita chino su atlanti e dizionari, e, certo in cuor suo di quel patto finzionale con i suoi lettori, ancora lontano dall’essere concettualizzato, inventò più di mille intramontabili personaggi, capaci di fare sognare generazioni di uomini, donne e bambini!
Con buona pace di chi ci tiene ad avvertirci che è tutto finto…
