
MATILDE SERAO

UN MONDO A PARTE? FORSE, NO.
ABITI E ABITUDINI

Le domande che la favola suscita in noi e nei ragazzi sono, prevedibilmente, moltissime, in questo anno dedicato alla finzione. Perché il vestito, l’abito, non è affatto una questione semplice, benché quotidiana. Spieghiamo ai ragazzi che l’etimologia risale a uno dei primi due verbi che si imparano quando si studia una lingua: il verbo habeo, avere. Habitus è ilparticipio passato del verbo, indica qualcosa che possediamo, ma in modo così radicale da farla diventare qualcosa che anche siamo. Abiti e abitudini (Adham coglie subito la continuità linguistica) superano il semplice possesso e ci portano nello spazio dell’essere, dell’identità: sono fuori da noi, ma anche dentro di noi. In latino, come aggettivo, significava ben in carne, di bell’aspetto; come sostantivo modo d’essere, postura, qualità fino al significato filosofico disposizione morale.
La domanda, insomma, è questa: cosa fa esattamente un vestito? Ci mostra o ci nasconde? Elisa non ha dubbio che esso ci mostri, perché a seconda di come ci vestiamo mettiamo in evidenza qualcosa di noi stessi. Per Adham è ovvio che il vestito ci nasconda, ma nel farlo ci permette di descriverci: per esempio gente che appartiene a uno stesso gruppo, di solito, si veste in modo simile. Si dice, in questo caso, che il vestito diventa un’uniforme, perché dà a tutti un’unica forma. Lorenzo subito ci porta al cuore del tema dell’anno: si tratta di una finzione, perché non è vero che siamo tutti uguali; la finzione poi può diventare piuttosto ridicola e persino pericolosa: ci parla di alcuni amici e persino di un professore che esibisce scarpe costosissime, forse per dire a tutti la sua ricchezza.
Certo, ci sono luoghi in cui una certa uniformità è richiesta, dice Elisa: a teatro non si va in pantaloncini corti e neppure a scuola; a un funerale, aggiunge Alan, ci si veste di scuro o comunque in modo sobrio. E poi ci sono le uniformi negli sport, nell’esercito, in prigione; a tutti viene subito in mente la Shoah e i campi di concentramento, dove l’uniforme doveva togliere l’identità personale e i prigionieri venivano chiamati con un numero, non con il loro nome. Raccontiamo ai ragazzi dell’impressionante macchina dei Lager, nei quali si raccoglieva tutto ciò che potesse dire una differenza: occhiali, dentiere, scarpe, apparecchi medici e, ovviamente, vestiti civili. Dell’immenso cumolo di oggetti così accumulati, i nazisti non se ne fecero niente: restarono lì, a testimonianza di un sistema mostruosamente efficace e inutile.
Ci viene in mente, però, anche una situazione meno drammatica: esistono Paesi in cui si usa l’uniforma anche a scuola. Da noi resta solamente l’uso del grembiule, alle scuole elementari, che forse ha una ragione pratica. Ma che senso ha l’uniforme che, soprattutto nel mondo anglosassone, i ragazzi indossano fino alla fine delle scuole superiori? Per Valentina è un segno di appartenenza a una scuola, a un’istituzione che spesso ha una storia importante da ricordare; Beatrice suggerisce che l’uniforme serve a riconoscersi tra compagni. Adham, che ha sempre uno sguardo penetrante, suggerisce che serve soprattutto a togliere le differenze tra chi è più ricco e chi è più povero: una volta acquistata l’uniforme, il tema dell’abito è risolto una volta per sempre e non c’è spazio per sfoggiare le differenze. Gabriel non ama i vestiti troppo costosi o ingombranti e nemmeno i gadget che talvolta diventano proprio come dei vestiti (oggi, dice, tutti hanno dei monopattini costosissimi): lui dice che passare inosservati, spesso, è molto più bello.
Torniamo alla fiaba: perché nessuno dice la verità? Perché nessuno confessa di non vedere niente, smascherando i truffatori? Lorenzo suggerisce che il motore principale è la vergogna: non vedere da soli avrebbe significato dichiararsi stupidi; ci sarebbe stato bisogno di un rifiuto universale dell’inganno. Samuele ammette che nella nostra vita ci sono ambienti in cui dobbiamo necessariamente costruire delle finzioni: non siamo le stesse persone a scuola, in famiglia o per le strade del quartiere, decidiamo di mostrare alcune cose e di nasconderne altre. Insomma, il confine tra l’abito, l’abitudine e la finzione è molto sottile e in qualche misura dobbiamo sempre vivere di finzioni.
Certo, tutti siamo colpiti dal fatto che sia un bambino il primo a smascherare l’inganno. Per Morgana, i bambini agiscono così perché non conoscono ancora le conseguenze delle loro azioni, per Isabel sono sinceri, Alan suggerisce che siano anche ingenui, perché non sono ancora entrati nel mondo delle finzioni. Adham ricorda un discorso fatto qualche settimana fa: i bambini non hanno paura di stare nudi di fronte agli altri, la vergogna la si apprende e suggerisce anche che moltissime fiabe pongono questostesso tema della finzione. Parla di Cappuccetto Rosso, per esempio, che lentamente scopre il lupo sotto le mentite spoglie della nonna; spieghiamo ai ragazzi che moltissime di queste fiabe, non a caso, parlano del passaggio tra il bambino e l’adulto: sono molto meno innocenti di quanto non appaiano, i loro protagonisti abitano il confine tra l’innocenza e la finzione.
Certo, l’inganno dei due truffatori è particolarmente geniale perché, nella sua formulazione, imprigiona tutti nell’inganno, nota Letizia. Adham nota che l’inganno si radica su una fragilità: i truffatori hanno trovato il punto debole del re, ossia la sua vanità. Facciamo molti esempi di inganni così e ci vengono in mente le truffe fatte ai danni degli anziani: la vulnerabilità è sempre la porta d’ingresso dell’inganno. Una volta trovata una fragilità comune, è facile rinchiudere tante persone nella stessa menzogna. Lorenzo suggerisce come la pubblicità sia in effetti un grande inganno: parliamo con i ragazzi delle diverse marche di telefonini e di come la popolarità di un oggetto non coincida mai necessariamente con la sua funzionalità e con le sue obiettive qualità.
Resta ancora una domanda a cui provare a rispondere: come ci si libera dalle finzioni? Gabriel dice che la chiave di tutto è la sincerità: dobbiamo avere almeno alcuni luoghi in cui possiamo essere davvero fino in fondo noi stessi, con le nostre fragilità, perché siamo certi che gli altri non ne approfitteranno. Adham suggerisce che forse si debba ritornare a essere un po’ bambini, smettere di vergognarci. Ma non dobbiamo dimenticare che ci sono anche finzioni necessarie: i difetti degli altri non sempre devono essere messi in luce; se un amico indossa un maglione brutto, forse non è sempre necessario dirglielo e se per qualcuno un suo difetto fisico è troppo difficile da portare, si può anche decidere di non farglielo notare, di andare oltre, come per vedere oltre un vestito che non dice mai davvero tutto di lui.
