Il nostro nome

Nei primi quindici versi del secondo canto del Paradiso, sono tre le diverse imbarcazioni che si apprestano a solcare il mare della più alta conoscenza. 
Dante, in piedi sul suo legno (v. 3) - più solenne della navicella che lo accompagnava nel Purgatorio -  si volge indietro verso la piccioletta barca (v.1) che lo segue col suo carico di anime semplici, diverse da quelle che, nutrite fin da piccole di celestiale cultura, possono serenamente mettere in acqua il loro solido navigio (v. 14), ponendosi nella sicura scia della nave guida, senza perderla di vista. 
Guardiamo questi naviganti della piccioletta barca: probabilmente non sono equipaggiati di un linguaggio forbito, né del libro giusto per ogni evenienza; non di una pietra su cui affilare la lama del loro pensiero, e probabilmente non hanno nemmeno compagni di viaggio più colti cui rivolgere le loro domande. Privi di molto, ma non dell’unico strumento che può fare davvero la differenza: il desiderio, l’aspirazione. Dante li apostrofa fin dal principio così: «voi, desiderosi d’ascoltar». Armati di desiderio, questi piccoli marinai sono arrivati fino a lì, dietro al poeta che ora però li ammonisce a non tentare l’impresa impari di continuare a seguirlo in acque che si fanno più pericolose, in una materia che si fa sempre più ardua.  Eppure – commenta Vittorio Sermonti – Dante non può pensare davvero di scoraggiarli con un verso così: «con la bellezza irrimarginabile della poesia non si scoraggia il lettore, per poco abbia studiato». Li sprona, piuttosto, il poeta, rendendosi tacitamente complice e garante del loro viaggio. 
 

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